Di Daniel Atzori

«Denn Bleiben ist nirgends

(Perché il restare è in nessun luogo)»

Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi

 

Amman è stata definita una città senza centro e senza storia. Alcuni hanno affermato che non è neppure una città o addirittura che, semplicemente, non esiste. Pur avendoci vissuto per un anno e mezzo, neppure io sono sicuro che esista. Se, per le strade della capitale giordana, si domanda ai passanti: «Di dove sei?», raramente qualcuno risponderà «Di Amman». Vi sono nati e cresciuti, magari nella loro vita non hanno mai visto nessun’altra città all’infuori di Amman, eppure risponderanno di essere di Gerusalemme, di Jenin, di Jaffa, di Salt o di Damasco. Sono i nomi delle città dei loro padri, delle loro madri e dei loro nonni. Gli abitanti di Amman si sentono di passaggio. Un suo vecchio sindaco l’ha definita proprio mamarr wa maqarr, “passaggio e accampamento”. Passaggio e accampamento che sovente durano una vita intera.

Amman è una delle più antiche città del mondo, ma sembra quasi che il suo passato millenario sia stato inghiottito dal deserto che incombe ai suoi margini. Gli archeologi ci assicurano che l’odierna capitale della Giordania è un centro urbano da almeno milleduecento anni prima di Cristo e che i primi insediamenti su queste brulle colline risalgono al Neolitico. La città, un tempo chiamata Rabbat Ammon, fu la capitale di un popolo oggi dimenticato, gli Ammoniti. Dopo le campagne di Alessandro Magno, Amman fu ribattezzata Philadelphia, la città dell’amore fraterno, dal macedone Tolomeo II Filadelfo.

Nel corso dei secoli, la città fu però di nuovo ricoperta dalle sabbie del deserto da cui era sorta. Le sue rovine offrivano occasionalmente riparo ai membri della tribù dei Bani Sakhr durante le loro peregrinazioni stagionali. Amman tornò a essere abitata solo nel 1878, quando gruppi di circassi, perseguitati dai russi, si rifugiarono sulle colline dell’antica Rabbat Ammon. I circassi sono una popolazione di ceppo caucasico, etnicamente non arabi: hanno la pelle, i capelli e gli occhi chiari. Costituiscono tuttora una delle principali minoranze di Amman e tendono ancora a sposarsi tra di loro. Sono orgogliosi di provenire da una terra fertile, lontana dal deserto, oltre i monti del Caucaso.

Dopo l’insediamento dei circassi, Amman iniziò a risorgere dal deserto e dall’oblio. All’inizio del XX secolo, la città era abitata da circa trecento famiglie. Nel 1921, Amman diventò la capitale dell’Emiro Abdallah, che col beneplacito degli inglesi creò la nazione giordana, allora chiamata Transgiordania. Ad Amman non c’era un palazzo: l’Emiro governava le sue valli e i suoi deserti dal vagone di un treno, parcheggiato sui binari che allora collegavano Damasco, l’antica capitale omayyade, con La Mecca, la città santa dell’Islam. Oggi il deserto ha ingoiato quei binari. Anche Abdallah era un migrante, poiché proveniva proprio da La Mecca, dove i suoi antenati, gli hashemiti discendenti del profeta Muhammad, erano stati per secoli i custodi dei luoghi santi dell’Islam. Abdallah non aveva un popolo e fu costretto a crearselo. Innanzitutto, l’Emiro costituì una propria oligarchia multietnica fatta di circassi, beduini, ufficiali inglesi e tribù di mercanti che venivano dalla Siria e dalla Palestina. I mercanti aiutarono Abdallah, che era in difficoltà economiche. In cambio, il re concesse loro privilegi economici e cariche politiche. L’alleanza tra la monarchia e i mercanti, che nacque allora, non si è mai spezzata.

Nel 1953, Abdallah, che nel frattempo era stato proclamato re della Giordania, fu ucciso; dopo un breve interregno di suo figlio Talal, suo nipote Hussein salì al trono nel 1956. Durante gli anni cinquanta e sessanta, i mercanti iniziarono a diversificare le proprie attività economiche, dando vita alle principali industrie giordane: i fosfati, il cemento, le raffinerie. Le stesse tribù controllano, da allora, la vita economica e politica della Giordania.

La Giordania conobbe durante il XX secolo drammatiche ondate migratorie. La prima, nel 1948, fu una conseguenza della nascita dello Stato di Israele e del successivo esodo verso oriente di centinaia di migliaia di palestinesi costretti ad abbandonare la propria terra. Anche la seconda, nel 1967, avvenne a causa del conflitto arabo-israeliano; di nuovo, i migliaia di palestinesi cercarono rifugio in Giordania. Secondo stime non ufficiali, oggi più di metà della popolazione giordana è di origine palestinese. Quasi tutti vivono nei centri urbani, in particolare ad Amman. I campi profughi di ieri sono diventati i quartieri di oggi.

La diaspora palestinese era composta non solo da contadini in fuga dalle proprie terre, ma anche da commercianti e professionisti. Molti palestinesi riuscirono dunque ad affermarsi nell’economia giordana. Mentre alcuni di essi prosperavano, il regime garantiva ai giordani un accesso privilegiato alla burocrazia. S’iniziò dunque a cristallizzare una divisione sociale del lavoro su base etnica che, a grandi linee, caratterizza tuttora la società giordana: i palestinesi dominano il settore privato, i giordani quello pubblico. La convivenza fu tutt’altro che pacifica: la guerra civile del 1970, nota come “settembre nero”, fu solo l’acme delle tensioni sotterranee che ancora oggi agitano la società giordana. Amman ha due squadre di calcio, Al Wihdat e Al Faisaly: la prima è sostenuta dai palestinesi, la seconda dai transgiordani. I derby, che spesso culminano in scontri tra le due tifoserie, sono una sorta di rituale apotropaico che, inscenando e circoscrivendo la violenza, esorcizza i fantasmi della guerra civile. Dagli anni novanta, altre due migrazioni hanno contribuito a trasformare ancora la Giordania e la sua capitale. Durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, re Hussein si schierò con l’Iraq di Saddam. La Giordania pagò a caro prezzo la propria hybris. Il Kuwait, che era stato invaso dall’Iraq, espulse per rivalsa migliaia di lavoratori giordani, prevalentemente di origine palestinese. La popolazione crebbe improvvisamente di un decimo e con essa la disoccupazione e la povertà.

Città di migranti e di déracinés, dal 2003 Amman divenne meta di un nuovo esodo, questa volta da oriente. L’arrivo degli iracheni in fuga dalla guerra mise, per l’ennesima volta, a dura prova la capitale giordana. A scappare dalla guerra non erano solo i poveri e i disperati. La borghesia sunnita irachena, in fuga dalla guerra e dal nuovo potere sciita, trasferì ad Amman la propria abitazione e il proprio denaro. L’arrivo degli iracheni determinò un boom economico, evidente in particolare nel settore edile.

Grattacieli, centri commerciali avveniristici e catene di fast food sorsero ovunque. La diaspora irachena diede anche origine a una Little Baghdad nel cuore di Amman. «È facile riconoscere le donne irachene» sussurra maligna la vox populi. «Sono coperte di collane e bracciali d’oro: l’oro che hanno rubato alle casse del loro paese».

Negli ultimi dieci anni, l’Iraq è stato lacerato dalla violenza. Dall’altra parte del Giordano, nella Terra Santa, le prospettive di una pace tra israeliani e palestinesi sono sempre sfuggenti. Il Libano è stato agitato da tensioni interne e dalla guerra con Israele. La Siria non si è mai veramente aperta all’occidente ed è recentemente precipitata nella violenza e nel caos. La Giordania ha rappresentato, dunque, un’oasi di stabilità. La politica filoccidentale di Re Abdallah II, succeduto a suo padre Hussein nel 1999, ha attratto capitali dall’occidente e dal Golfo, trasformando Amman nella capitale economica e finanziaria del Levante, regione chiamata in arabo Bilad al-Sham.

Amman Ovest, la parte ricca, è oggi una città di vetrocemento, attraversata da gigantesche strade che sembrano autostrade. Non è una città a misura di pedone: nessuno cammina. I marciapiedi non esistono. È una città pensata per Humvee o Suv, le automobili di cui si riempie nella stagione estiva, quando i sauditi, in fuga dal caldo torrido, vengono a trascorrere le ferie ad Amman, dove l’estate è relativamente mite e ventilata.

Per gli europei, Amman è una città conservatrice. Per i sauditi, invece, abituati all’ultra-conservatorismo del loro paese, Amman è una sorta di Las Vegas: con i loro petrodollari, i sauditi possono comprare tutto. Di notte, la città è attraversata da pulmini stipati di prostitute che vanno a rifornire i grandi alberghi a cinque stelle. Sono in tanti a rimpiangere l’Amman di prima del boom. I ricchi sono diventati molto più ricchi e i poveri molto più poveri.

Né il boom economico né la stabilità hanno dato risposta alle angosciose domande di senso. La maggioranza dei giordani di origine palestinese è nata in Giordania e non ha mai visitato la Palestina; il viaggio di là dal Giordano, nella terra dei padri o dei nonni, è per loro quasi impossibile. Eppure, i giovani di origine palestinese continuano a definire la propria identità facendo riferimento a una terra sognata e mitizzata. Moltissimi tra loro continuano a ripetere che nella vita non hanno altro desiderio che di “tornare a casa”. Amman, la città dove sono nati e cresciuti, non è dunque la loro casa. La casa è altrove. Paradossalmente, questa mentalità è diffusa anche tra i giordani di origine transgiordana. Alla domanda «Di dove sei?», una studentessa mi ha risposto «Sono di Salt». Salt è una cittadina a pochi chilometri da Amman. «E dove sei nata?», le ho chiesto. «Ad Amman». «Sei mai stata a Salt?». «No. Ma i miei genitori sono di Salt».

Se andare da Amman a Gerusalemme è quasi impossibile per un giordano di origine palestinese, per andare da Amman a Salt basta un quarto d’ora d’autobus. La ragazza non aveva mai visitato la sua “terra d’origine”, che si trovava a una manciata di chilometri. Eppure, era certa di non essere di Amman, perché nessuno è di Amman. La crisi identitaria lacera la società giordana, spianando la strada a ideologie islamiste che promettono facili risposte a ogni domanda. Chi è di casa, dunque, ad Amman? Come si è detto, i re giordani provengono da quella che è ora l’Arabia Saudita, mentre l’oligarchia ha in gran parte origini siriane e palestinesi.

Eppure, è stata questa classe dirigente immigrata, col supporto della madrepatria inglese, a creare un’identità “autenticamente” giordana. Tra i due padri fondatori della Giordania, vi sono Lawrence d’Arabia e Glubb Pasha, il primo nato in Galles, il secondo nel Lancashire, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Lawrence liberò l’odierna Giordania dai turchi, Glubb Pasha, al secolo John Bagot Glubb, le diede un esercito, la Legione Araba.

La Legione Araba, formata da beduini, fu un’istituzione cruciale nel forgiare l’identità giordana contemporanea. I beduini furono proposti come l’incarnazione più autentica del popolo giordano. Per la monarchia, era necessario presentarli come i veri giordani per evitare che l’esodo dei palestinesi dopo la seconda guerra mondiale trasformasse la Giordania in Palestina. Il paradosso era che pochissimi tra i beduini, i “veri giordani”, vivevano ad Amman.

La Giordania contemporanea si sviluppa dunque, come afferma lo studioso giordano palestinese Joseph Massad, secondo una serie di dicotomie, la più importante delle quali è quella tra modernità e tradizione. Gli abitanti di Amman si sentono l’incarnazione della modernità, mentre i beduini rappresentano la tradizione, la memoria storica di una nazione senza storia. Petra diventa, dunque, la capitale simbolica, nella quale si celebrano i fasti del passato. I monarchi hashemiti, che oggi regnano ad Amman, legittimano il proprio potere proponendosi implicitamente come gli eredi degli antichi sovrani nabatei di Petra. Se Amman è luogo di passaggio, Petra è eterna; essa fonda dunque simbolicamente una presunta millenaria identità giordana.

Concepita come una Disneyland archeologica, essa è il luogo nel quale, in apparenza, vivono ancora i beduini. Il turista che visita Petra ha la sensazione di imbattersi nei discendenti degli antichi nabatei che la abitavano più di duemila anni fa. I beduini affascinano i turisti. Sembrano un popolo del deserto che vive una vita libera, antica, pura e selvaggia, tra le dune e le rovine di una città incantata. I turisti vedono nei beduini ciò che essi stessi sognano di essere; ma i beduini sono un’illusione. Petra è una bellissima città di cartapesta e i beduini sono dei figuranti, come i gondolieri di Venezia e i finti gladiatori del Colosseo. Essi sono ormai sedentari e vivono in cittadine a pochi chilometri da Petra.

Abitano in appartamento, guidano la macchina e pagano le bollette della luce e del gas. I beduini che ho conosciuto assomigliano più ai giovani borgatari di Pasolini che ai fieri eroi del deserto del film Lawrence d’Arabia.

Come scriveva Ballard, «il turismo è un grande soporifero». Petra e il deserto di Wadi Rum vendono un sogno. Il beduino dà, infatti, ai turisti l’illusione di entrare in contatto con una realtà più autentica, più vera e più intensa; ma i beduini sono, in fondo, non molto diversi dagli impiegati di un parco di divertimenti nel quale i turisti americani, europei e giapponesi tornano bambini, cavalcando il cammello e sentendosi Indiana Jones.

Petra è un’Amman trasfigurata dal mito fondatore della dinastia hashemita. Amman non ha invece nulla di mitico o di romantico; è una caotica città popolata da sradicati che continuano a sognare e immaginare altre patrie. I circassi, dopo più di un secolo, vagheggiano ancora la loro terra fertile, di là dal Caucaso. I palestinesi di seconda e terza generazione bruciano dal desiderio di varcare il Giordano, un fiumiciattolo largo come il Lambro ma profondo come l’inferno che li separa da quella che sentono come la loro vera patria. Gli iracheni aspettano che passi la nottata e che Baghdad torni a essere la “città della pace”, come vuole l’etimologia. I giordani di origine transgiordana rimpiangono i loro villaggi e le loro tradizioni; la Giordania di un passato che non è forse mai esistito. Tanti altri hanno barattato la loro patria, sognando l’occidente o la sua nemesi, una società islamica pura e incontaminata. Amman è dunque un crogiuolo, un melting pot. Gli Stati Uniti hanno avuto più di due secoli per costruire e sedimentare le proprie identità. Amman, nonostante la propria storia millenaria, ha avuto solo pochi decenni.

Amman, il crogiuolo del Levante, ha accolto tutti gli emigranti, i profughi, i rifugiati e gli esiliati. Definirla un modello di integrazione sarebbe una grossolana forzatura. Amman è piuttosto mamarr wa maqarr, passaggio e accampamento, come si diceva all’inizio; un tentativo di sintesi precaria e instabile, un’allegoria del nostro spaesamento e disorientamento. È per questo, forse, che ad Amman mi sono sentito per la prima volta a casa.

(Articolo originariamente pubblicato qui)

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Daniel Atzori holds a PhD in Government and International Affairs from the University of Durham (UK), a Bachelor’s degree cum laude in History and a Master’s degree cum laude in Economic History from the Università degli Studi of Milan. He has been Senior Researcher at the Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) research centre and he is currently Editorial Team Coordinator of the magazine “Papers of Dialogue”, published by the AGI news agency. He is the author of “Fede e mercato: verso una via islamica al capitalismo?” (“Faith and Market: Towards an Islamic Way to Capitalism?”) published in 2010 by the Italian publisher Il Mulino. He is profoundly interested in esoteric traditions and spirituality. 

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