Di Priscilla Inzerilli

L’Arte, così come ogni espressione della cultura umana, non ha mai potuto sottrarsi dall’essere manifestazione dello spirito del proprio tempo. L’arte contemporanea, a maggior ragione, non può fare a meno di essere specchio dello zeitgeist di questo ventunesimo secolo, un secolo che non si stanca di mettere alla prova sé stesso e di ricercare una propria identità, un proprio senso, che  si ritrovano frequentemente perduti tra provocazioni, sperimentazioni, autocompiacimenti e non ultimo il dover far fronte a venali necessità di mercato.

Capita allo stesso tempo che, a volte, un artista riesca a scardinare questi meccanismi che rendono l’arte prigioniera di sé stessa, del suo loop autoreferenziale, restituendola agli uomini, a coloro per i quali essa esiste. In questi casi si viene invitati a fare un piccolo passo indietro, spezzando il monologo dell’opera (che poi è quello dell’artista) e riconquistando finalmente un dià-logos, un discorso tra più parti che si confrontano arricchendosi.

Per Kazuto Kuetani (conosciuto come Itto), nato a Kozan, prefettura di Hiroshima, tre anni prima del disastro nucleare, in un luogo circondato da uno scenario montuoso ancestrale, la sensibilità al tema del dialogo rappresenta l’imput fondamentale del proprio lavoro artistico, la sua energia ispiratrice e allo stesso tempo il suo traguardo.

Il dialogo, il sacro, la Storia, il rapporto uomo-ambiente: questi alcuni degli elementi disconosciuti da buona parte dei percorsi artistici contemporanei, che le sculture di Kuetani ci invitano invece a recuperare. Opere che spesso ricordano degli “ingressi”, delle porte, delle bocche; che ci invitano a “entrare”, a esplorare ciò che non conosciamo (o che avevamo dimenticato), ma soprattutto a fermarci e ad ascoltare.

La dialettica tra forma strutturata e organico è il filo conduttore che si osserva nelle prime opere di Kuetani, nella seconda metà degli anni ’60, opere ancora relativamente impersonali, espressione di un’identità artistica in fieri, sperimentativa, espressa anche attraverso l’eterogeneità dei materiali: legno, marmo e bronzo diventano scenari di pacate lotte tra la forma grezza, naturale, e il tentativo della mano dell’uomo di emergere in struttura geometrica, controllata e controllabile.

Kuetani non inscena conflitti ma tenta dialoghi; tutte le opere del primo periodo fino alla metà degli anni ’80 porteranno nomi come “Family”, “Dialogue”, “Communication”. Superfici di marmo grezzamente lavorato e contorto e superfici levigate ed erette al cielo tentano costantemente di ricongiungersi, di afferrarsi, senza cercare di prevalere l’una sull’altra, consapevoli della necessità della loro esistenza reciproca. Una sfida priva di reale aggressività, che si risolve in strutture estremamente armoniche, che invitano lo spettatore alla imitatio, a tentare anch’esso un approccio dialettico all’ambiente e alle persone che lo circondano, mantenendo quel punto di equilibrio che impedisca la sottomissione di uno dei due elementi.

Negli anni ’80 la riflessione sulla dialettica organico/struttura, primitivo/moderno, natura/uomo, sfocia ben presto in quella che sarà l’impronta peculiare del lavoro di Kuetani: la cosiddetta scultura ambientale. Da singole sculture posizionate in spazi all’esterno o all’interno di edifici (“Family”, di fronte al Fuchu Cultural Center; “Dialogue”, di fronte alla Fuchu Higashi Senior High School; “Monument for peace”, all’interno dello Hiroshima Peace Memorial Museum), le opere iniziano a diventare “attraversabili”, non occupano più uno spazio, ma diventano uno spazio occupabile, o meglio, attraversabile, esperibile. Opere come “Drop of Sunlight”, le serie “Springs” e “Respect” testimoniano di questa evoluzione dalla “scultura – oggetto”, che occupa uno spazio, ad opere scultoree pensate come spazio, meglio ancora, come “evento spaziale”. Non viene abbandonata la tensione del “botta-e-risposta” tra le due complementari energie vitali che ingaggiano questa rispettosa lotta per la vita, quel qualcosa di strutturato e di sensato che tenta di emergere tra le pieghe di questa pietra informe, quasi morbida, liquida. Ma entra ora in gioco un terzo elemento, la persona, che si inserisce nella mischia e inizia a interagire, a muoversi, a tentare di capire e riconciliare.

Alla fine degli anni ’90 Kuetani opta in via quasi definitiva per il bianco assoluto del marmo di Carrara e per il granito, ritenuti più adatti a esprimere un altro elemento che modificherà nuovamente e in maniera significativa la morfologia (non l’essenza) della sua opera. È entrato in scena l’uomo, che si inserisce nel conflitto tra le forze della natura e non può non tentare di capire il senso di questo costante divenire, questo farsi e disfarsi continuo della Vita dall’informe allo strutturato, e poi di nuovo al caos, all’indifferenziato in cui ogni potenzialità è ancora inespressa. Egli vi vede il mistero della vita e della morte e vuole comprenderlo.

Ed ecco che emerge il sacro, l’arte di Kuetani si fa spirituale, perché mette di fronte al mistero, al come e al perché. Le forme della pietra prima in lotta si “accordano” del tutto, prendendo di volta in volta la forma di archi, di campanili, di torii (i portali che nella tradizione scintoista demarcano l’accesso a un’area sacra); rimandano a elementi architettonici religiosi che sorreggono nient’altro che la vastità azzurra del cielo.

Viene aperto al pubblico nel 2000, dopo circa quindici anni di lavoro, quello che può considerarsi come il capolavoro di scultura ambientale di Kuetani, il “Colle della Speranza” (Hill of Hope), presso il tempio buddista di Kosanji, nel distretto di Toyota, a Hiroshima. Una vera e propria acropoli che si estende per un area di circa 5000 metri quadri, inserendosi tra il paesaggio delle colline naturali e delle montagne e il complesso del tempio e del museo.

“Un santuario del ventunesimo secolo”, come è stato definito dall’artista stesso, dove “dimenticare il proprio ego ed essere partecipi della spontaneità della natura”.i

Composto da una quantità innumerevole di blocchi di marmo di Carrara fatti arrivare via mare dall’Italia, il complesso, inserendosi a metà tra l’elemento paesaggistico e quello “culturale”, ne vuole esaltare di entrambi l’aspetto spirituale. Si tratta di forme mobili, dinamiche, ora nuovamente grezze e incomprensibili all’uomo, ora perfettamente adattate a esso: senza alcuna soluzione di continuità la superficie della pietra diviene in certi tratti una gradinata, una sedia o un tavolino, per poi rituffarsi nuovamente in un magma di forme contorte e incontrollate.

L’esperienza spaziale che se ne ricava è quella delle “vedute mobili” dei classici giardini giapponesi, mentre quella temporale richiama il percorso del rōji, il sentiero fatto di pietre attraverso cui tradizionalmente si accedeva all’ingresso della capanna adibita alla cerimonia da tè. È il percorso durante il quale si abbandona l’ego e il pensiero ordinario e si entra in una dimensione spaziale e temporale altra, pronti a lasciarsi purificare dal bianco abbagliante e dal profondo silenzio che esso ispira; così come una volta accadeva di fronte a una immagine religiosa, una calligrafia o una tazza di tè.

Il percorso, quasi un iter iniziatico, culmina nella struttura verticale che costituisce la sommità del complesso, due colonne convergenti livellate all’esterno e appena abbozzate nella parte interna. Una convergenza in senso totale, delle energie, delle forme, dell’uomo e della natura, del cielo e della terra. Il visitatore non è più spettatore ma “attore” stesso dello spazio che attraversa, appropriandosene anche attraverso la tattilità, toccando, camminando, sedendosi ed arrampicandosi sulle opere. Egli “fa” lo spazio, poiché lo spazio esiste se viene esperito, occupato, modificato.

Il bianco immacolato del marmo di Carrara e le forme della pietra ormai divenute sinuose, morbide, svettanti verso l’alto, forse del tutto riconciliatesi con se stesse, non possono non evocare il silenzio della mente, quella disposizione di spirito cristallina e totalmente disponibile prescritta nella pratica dello zen. È proprio quella necessità di sacralizzazione che si impone da sempre allo spirito nipponico; tramite essa Kuetani ri-valorizza e restituisce senso non solo all’ambiente naturale ma anche all’opera umana: uomo e natura non devono essere separati, ma comprendersi e interagire tra loro. La natura accoglie l’uomo, lo nutre, ma l’uomo dà senso a ciò che altrimenti non sarebbe altro che meccanico divenire delle forme. L’uomo deve fare attenzione a non snaturare la natura, così come essa non deve disumanizzare l’uomo.

L’amore di Kuetani per la pietra è legato inscindibilmente alla sua passione per la storia greca e romana, per i suoi monumenti e i suoi marmi, muti testimoni di antichi fasti, personaggi ed eventi. Entra nella Facoltà di scultura dell’Accademia Nazionale di Roma nel 1969, studiando con Pericle Fazzini, di cui diventerà assistente, e vivrà per i successivi quarant’anni parte a Carrara, dove lavora, parte in Giappone, dove vedono la luce le sue sculture ambientali. Parallelamente al suo lavoro in Giappone, realizza un’esposizione alla Galleria Schneider a Roma, nel 1975, la prima di una serie di esposizioni presso alcune importanti vetrine (la Biennale lnternazionale Dantesca a Ravenna, nel 1977 e nel 1979; la Quadriennale nazionale d’arte, a Roma, nel 1977; l’ International Stone Sculpture Biennial, a Marino, nel 1980; la Carrara International Biennial of Sculpture, nel 1998). Il sodalizio tra Kuetani e la cultura artistica occidentale si realizza in maniera significativa in quella che è stata la sua ultima grande esposizione “romana”: Il Sogno del Bianco e le Pietre del Passato è il titolo della mostra del 2009 dislocata in tre diversi scenari, quello delle rovine di Villa dei Quintili, sull’antica via Appia, il Mausoleo di Cecilia Metella e il Museo della Civiltà Romana a Palazzo Massimo; con il patrocinio congiunto della Fondazione Italia Giappone, dell’Ambasciata del Giappone in Italia, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e della Provincia e del Comune di Roma.

Qui le sculture, in particolare quelle poste nella prima location, dialogano con gli spazi e le rovine, in un gioco di rimandi, imitazioni, cambi di punti di vista, vuoti e pieni. Le opere di Kuetani riprendono strategicamente le forme dei monumenti antichi e invitano lo spettatore a cercare “l’inquadratura” giusta attraverso cui poter osservare la sovrapposizione di entrambe le strutture. Le sculture sono state infatti pensate appositamente per lo scenario di Villa dei Quintili, studiando attentamente le conformazioni descritte dagli archi, dalle colonne, dagli spazi, per far sì che essi vengano ripresi e riproposti dai “portali” di Kuetani. La superficie bianca della pietra viene delicatamente levigata all’esterno e scavata fino a lasciare un vuoto al centro, un enso (ovvero il cerchio, un tema iconografico tipico della pittura buddhista zen) dalla circonferenza irregolare, attraverso cui si può guardare e percepire un nuovo “spazio di visione”: la pietra “morta” assume nuova vita grazie allo sguardo vivo di chi osserva ora quelle pietre antiche come se fosse la prima volta.

Il dialogo tra uomo e natura si trasforma in dialogo tra l’uomo e la propria memoria, il proprio passato. È attraverso la dimensione onirica del bianco che ci si riappropria della dimensione mitica del passato. Quei monumenti nati per glorificare illustri personaggi e conquiste militari assumono un senso diverso, tornano a far parte del presente per un momento e acconsentono a un dialogo con una forma di “glorificazione” più universale: quella della purezza spirituale del bianco, una glorificazione a cui tutti possono accedere, avvicinandosi alla pietra, toccandola, giocandoci, rendendola viva attraverso il coinvolgimento dei sensi e sacralizzandola attraverso l’umiltà. La pietra si fa leggera, quasi eterica, la tensione sembra ormai quasi scomparire del tutto e si viene condotti alla contemplazione metafisica.

“Un fiore tra cielo e terra” sembra perdere progressivamente la propria pesantezza materica per diventare “un calice alto raccoglitore di luce, bacino e fiore del paesaggio, fontana che distribuisce sinuosità e curve del fluire dell’acqua”.ii

“Porta della serenità”, “Porta del vento”, “Porta dell’atarassia”, “Cuore e spirito”, “Arco del cielo” sono ingressi per consentire allo spettatore di accedere a una dimensione nuova di visione, ascolto e tatto. Si viene invitati a osservare i vuoti, i silenzi e a esplorare le ondulazioni della pietra, sedendosi sui piccoli gradini che frastagliano la superficie regolare della pietra.

Come ospiti inattesi ma perfettamente adattati al contesto del Mausoleo e del Museo sono le opere “Anemos”, “Rispetto”, “Arco del sole”, in marmo bianco, bigio-bardiglio e travertino rosso. Si nascondono in mezzo alle steli, agli archi e alle statue acefale imitandone rispettosamente l’essenza formale. Di nuovo il presente richiama in vita il passato, lo invita a parlare di nuovo, con linguaggio comune, comprensibile ad ogni orecchio che voglia ascoltare.

Itto Kuetani diventa così scultore, “sacerdote” e poeta del marmo,iii le forme anelloidali e aniconiche che scaturiscono dalla manipolazione della pietra diventano ricerca della perfezione formale, immagine religiosa, poesia umana e naturale. È proprio in quel “dare forma”che risiede il segreto del rispetto, della conciliazione tra energie opposte. Non l’adattare brutalmente la materia alle proprie esigenze, né lasciarla a sé stessa, alla propria inerzia insensata, ma ricercare la possibilità di perfezione nascosta in essa, esaltandola, oltre il punto dove da sola non saprebbe arrivare. Afferrare lo scalpello e togliere dalla pietra tutto ciò che non è bellezza, natura e uomo. Così da poter finalmente creare un “ambiente dove uomo, scultura e natura si equilibrino e si comprendano l’un l’altro”,iv  educando l’uomo moderno al rispetto e alla partecipazione con l’ambiente, esattamente così come “il gioco d’infanzia varia istintivamente secondo l’ondulazione di una montagna o il fluire e la stagnazione di un fiume.”v

Sitografia:

http://www.kuetani.net

http://mosciano-ettore.blogspot.com

http://www.architetturadipietra.it

http://www.kousanji.or.jp/e3kue.htm

 

Note:

i The Kosanji Temple Hill of Hope di Enrico Crispolti, in http://www.kuetani.net/articles

ii ITTO KUETANI scultore, “sacerdote” e poeta del marmo,_ di Ettore Mosciàno, in http://moscianoettore.

blogspot.com

iii Ibidem

iv Organicity – matter – nature: Kuetani’s “poetics”, di Enrico Crispolti, in http://www.kuetani.net/articles

v Ibidem

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Priscilla Inzerilli, laurea triennale in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ha frequentato il corso di lingua giapponese presso Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), segue attualmente la specializzazione in Archeologia e Storia dell’arte dell’Estremo Oriente. Appassionata di fotografia di reportage, studi antropologici e geopolitica, si interessa al rapporto tra gli aspetti della cultura tradizionale e la modernità, con particolare attenzione all’area del Giappone. Ha pubblicato articoli per il portale Agichina24 e per la rivista East – Rivista di Geopolitica. È redattrice per il quotidiano online L’Indro, per il quale scrive articoli di approfondimento su tematiche di politica, economia e attualità dell’area del Giappone e delle due Coree.

È co-fondatrice e caporedattrice del portale Centro Studi Darśana - Studi e ricerche sull’Oriente.