Di Alessandro Grossato

(Articolo originale tratto da Rivista di Politica n. 4, Rubbettino Editore, 2010)

 

“Se avrà seguito, l’ascesa della Cina e la crescente spavalderia culturale di questa “protagonista assoluta della storia umana” produrranno nei primi anni del XXI secolo tensioni tremende sulla stabilità internazionale. L’emergere della Cina quale potenza dominante in Asia orientale e sudorientale andrebbe contro gli interessi americani così come questi sono stati storicamente concepiti.”

(Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale)

L’identità cinese profonda, anche quella politica, coincide da secoli con la sua triplice cultura religiosa: confuciana, buddhista e taoista. È dunque come se esistessero in realtà ‘Tre Cine’, l’una racchiusa nell’altra. La geopolitica della Cina contemporanea si configura e si orienta ancor oggi a partire da questa triplice eredità, che le conferisce una capacità senza eguali di rappresentarsi e dialogare con tutti gli altri paesi e civiltà dell’Asia.

1. La rilevanza geopolitica di Confucianesimo, Buddhismo e Taoismo

Com’è noto, Samuel Huntington ha individuato fra le civiltà presenti in Asia, quali soggetti geopolitici a pieno titolo, quelle Indiana, Sinica, Buddhista, e Giapponese. Una corretta geopolitica, e a maggior ragione la geopolitica delle religioni deve in realtà considerare molto diversamente le cose. Di fatto le civiltà Sinica e Giapponese non vanno considerate distintamente, perché la seconda, pur nella sua grande originalità, in termini rigorosamente storici e culturali è solo una componente eccentrica della prima. Inoltre, sempre alla civiltà Sinica andrebbe poi a rigore riconosciuta l’appartenenza di una larga parte di quella Buddhista, la restante andando invece assegnata alla civiltà Indiana. Di fatto, quindi, non esiste e non è mai esistita una civiltà Buddhista a sé stante, se non nella mente di Huntington[1]. Data questa premessa, ne consegue direttamente la possibilità di un approccio di base molto più raffinato alla geopolitica cinese, fondato sulla sua triplice identità religiosa.

Perché la Cina, fra le tante singolarità, ha anche quella di aver accolto nella sua cultura dominante tre grandi fedi religiose invece di una sola: Confucianesimo, Buddhismo e Taoismo[2]. In realtà, come sarebbe facile dimostrare, non si tratta di fedi religiose nel senso proprio del termine, tranne che nel caso del Buddhismo, e solo per certi suoi aspetti. La cosa più interessante sul piano più strettamente geopolitico, è che da un punto di vista confessionale esistono in pratica ‘Tre Cine’ di diversa estensione geografico-culturale, e una dentro l’altra come le scatole cinesi. Quella relativamente ‘più piccola’ è certamente la ‘Cina confuciana’, poichè il Confucianesimo è molto più strettamente legato delle altre due religioni alla mentalità dell’etnia cinese dominante, quella degli Han. Ma persino a questo primo livello, dobbiamo considerare come potenzialmente inclusi nell’area della ‘Cina confuciana’, e da secoli, tre paesi di grande importanza politica ed economica, ovvero Giappone, Vietnam e Corea. È fra l’altro possibile che la componente confuciana della cultura religiosa giapponese possa contribuire un giorno non lontano, assieme ad altri fattori, al riposizionamento geopolitico di questo paese.

Molto più vasta si presenta l’area geografica ricoperta da quella che abbiamo definito la ‘Cina buddhista’, che, senza poterci soffermare qui a svolgere analisi più raffinate, comprende naturalmente il Tibet, che è sotto sovranità cinese, ma sostanzialmente anche Ladakh, Nepal, Bhutan, Mongolia, una parte della Siberia, e ancora una volta Vietnam, Corea e Giappone. In primo luogo va osservato en passant che da questo punto di vista, oltreché per specifiche ragioni storiche che non possiamo qui approfondire, l’inclusione del Tibet nell’area Sinica appare molto più chiaramente comprensibile, e in certo qual modo giustificata, proprio dalle profonde radici comuni che legano da secoli Cina e Tibet al Buddhismo. Come fece per primo lo stesso Mao Zedong, l’uso geopolitico della comune eredità buddhista, reliquie comprese, è stato disinvoltamente gestito dalla leadership governativa comunista cinese. E non solo all’interno della Cina, ma di una molto più vasta area asiatica. Un capitolo della storia recente della Cina che meriterebbe di essere approfondito.

Pur essendo il Taoismo niente affatto una religione, ma semmai una sorta di ‘sciamanesimo popolare’ da un lato e un raffinato esoterismo elitario dall’altro, e quindi ancora un prodotto cultural-religioso tipicamente cinese, come il Confucianesimo al quale del resto si associa per più di un aspetto, l’area d’influenza ricoperta nel mondo dalla ‘Cina taoista’ è paradossalmente la più vasta delle tre. La ‘Cina taoista’ comprende infatti tutte, indistintamente, le grandi o piccole comunità della diaspora cinese, comprendenti oggi circa quaranta milioni di Cinesi che già a  partire dal XV secolo, ma soprattutto fra XVI e XIX, si sono riversati ad ondate successive prima nel Sudest asiatico, e tra Otto e Novecento nel resto dei territori lambiti dal Pacifico, come in particolare l’Australia e il continente americano. In tutte queste Chinatown l’elemento cultural-religioso dominante e identitario è infatti costituito proprio dal Taoismo, data la sua peculiare diffusione nelle diverse forme associative e corporative riguardanti sia le attività commerciali che quelle criminali, che non sono sempre facilmente distinguibili le une dalle altre. È il mondo delle cosiddette ‘Triadi’[3], cioè delle società segrete taoiste, la cui storia coincide quasi sempre con quella delle comunità cinesi all’estero. Il vero ‘Comecon cinese’ ha le sue fondamenta in questa realtà, nella ‘Cina taoista’, ed è stato quindi sia per il passato ma ancora di più per il presente e per il futuro uno dei principali, formidabili volani del suo sviluppo economico. E questo soprattutto in Asia e nel Pacifico, dove le comunità cinesi contano complessivamente trentun milioni circa di anime. A onor del vero va detto che l’aspetto criminale di talune di queste organizzazioni più o meno segrete è stato spesso enfatizzato, per ragioni soprattutto discriminatorie, da parte degli osservatori e studiosi occidentali. Si tratta invece di una realtà estremamente complessa, ma anche difficilmente studiabile proprio per questa sua principale caratteristica di mondo assolutamente chiuso ed impermeabile per i non cinesi[4].

È facile intuire come la differenza di scala dimensionale fra queste tre Cine consenta oggi al governo di Pechino di sviluppare in Asia una formidabile geopolitica delle religioni, e questo sia direttamente che indirettamente. Gran parte dei crescenti successi diplomatici, delle joint venture economiche anche con paesi ex nemici, o considerati potenzialmente tali, si spiegano anche grazie all’abile stimolazione del ricordo delle comuni radici ed ideali confuciani, buddhisti e taoisti. Come direbbe Yves Lacoste, si tratta di comuni e sedimentate “rappresentazioni geopolitiche”.

2. Lo sviluppo economico, ovvero Adam Smith a Pechino

Se il dollaro è sempre meno la moneta di riferimento internazionale, e comunque già adesso non è più la sola come un tempo, il merito o la colpa è principalmente dello straordinario sviluppo economico della Cina. Che nel secondo trimestre del 2010 ha superato il Pil del Giappone, e, secondo C.H. Kwan, senior fellow del Nomura Institute for Capital Markets Research di Tokyo, nel 2026 supererà anche quello degli USA, divenendo così la maggiore economia del mondo. La Cina, che in passato ha comperato fondi obbligazionari del governo USA, e di numerose società americane, sembra aver deciso di liberarsi gradualmente almeno di una parte di tali investimenti. Il ricavato va anche certamente a finanziare il massiccio programma in corso di completamento e ammodernamento strutturale interno, riguardante in primo luogo le linee elettriche e quelle ferroviarie. Risollevare lo standard dei servizi in tutte le regioni e le province, significa gettare le basi per lo sviluppo di un proprio, gigantesco, mercato interno di consumatori, senza dover più dipendere principalmente, come avviene ora, dalle esportazioni all’estero. Del resto, i Cinesi con almeno un milione e mezzo di dollari di patrimonio liquido sono già 875.000, e i cosiddetti affluent, comunque benestanti, sarebbero addirittura 180 milioni. Riemergerebbe così, un po’ alla volta, l’antica vocazione asiatica e soprattutto cinese al ‘mercato chiuso’, perfettamente evidenziata e descritta da Giovanni Arrighi nella sua splendida monografia[5]. Una vocazione che accomuna sempre più la Cina all’India. Il che non resterà senza notevoli conseguenze sulla “nuova era asiatica”, come la definisce appunto Arrighi, data la potenza demografica e l’influenza culturale di questi due paesi.

Anche per quanto riguarda lo sviluppo delle energie alternative la Cina sta facendo passi da gigante, perchè giustamente ritiene di grande rilevanza strategica, ridurre il più possibile la propria dipendenza dal petrolio. Quattro delle cinque maggiori case produttrici di pannelli fotovoltaici sono cinesi, e fra di esse la Suntech è addirittura il leader mondiale. In base ai dati del secondo trimestre del 2010, la Cina ha superato Germania, Giappone e Stati Uniti. Discorso analogo per quanto riguarda l’energia eolo-elettrica, settore nel quale la Cina si è attestata in quarta posizione mondiale. Persino in un settore marginale come quello del turismo la Cina è molto cresciuta in questi ultimi anni, divenendo la quarta destinazione mondiale, superando nettamente l’Italia già nel 2004.

La ‘vetrina’ di tutti questi e di molti altri sviluppi, è stata fornita dall’Expo di Shangai, con oltre 70 milioni di visitatori da tutto il mondo, alla quale hanno partecipato 189 paesi, i più poveri a spese di Pechino. Il governo cinese ha investito 4 miliardi e mezzo di dollari per risanare l’area dell’Esposizione sulle due sponde del fiume Huangpu. Inoltre, il 27 ottobre, sulla linea Shangai – Hangzhou, è stato inaugurato il supertreno da 420 km orari, naturalmente di fabbricazione cinese. Eccetto la visita finale del Presidente Napolitano, i politici italiani, e in particolare il primo ministro, quello degli Esteri e quello dello Sviluppo Economico hanno sostanzialmente trascurato tale importante occasione di promozione del nostro interscambio con la Cina. Come ha dichiarato il ministro del commercio cinese Chen Deming al ministro dell’economia della Bulgaria Traicho Traikov, nel corso dello Shangai Expo del luglio 2010, “La Cina sta cercando un paese che possa fare da ponte tra noi ed i Paesi dell’Unione Europea”, Sembra dunque che la Bulgaria sia in tal senso un candidato migliore dell’Italia. Se lo sviluppo economico cinese sembra far dunque male a molti, specie a chi non ha saputo attrezzarsi per tempo, viceversa sembra dare finalmente respiro almeno a qualcuno e proprio qui, in Europa, in  particolare alla Germania. Lo dimostra l’eccezionale incremento dei primi sei mesi del 2010 delle esportazioni in Cina di Mercedes (+120 per cento), Bmw (+100 per cento), Audi (+64 per cento), e della produzione Volkswagen nei suoi stabilimenti cinesi.

3. La “grande area di coprosperità” cinese

La Cina si va dunque sempre più affermando come il nuovo centro di espansione economica e commerciale del mondo contemporaneo, a partire naturalmente dall’Asia e dall’intera area del Pacifico. Abbiamo già detto delle ‘Tre Cine’, ed è facile inferire come la loro misconosciuta realtà abbia potuto favorire lo sviluppo di un grande mercato ed interscambio asiatico. Ma persino un paese ‘occidentale’ come l’Australia è divenuta per la Cina una fonte primaria di risorse naturali sempre più disponibili, e persino un ‘nemico’ come Taiwan, pesantemente stressata dalla recente crisi finanziaria, sta ormai riaggiustando le sue prospettive economiche di media e lunga durata. Il 18 agosto 2010 il parlamento di Taipei ha infatti approvato uno storico accordo di intesa ed integrazione economica con la Cina continentale. L’accordo prevede che Pechino abbassi le tariffe all’importazione di 539 prodotti taiwanesi, mentre Taiwan farà lo stesso per 267 prodotti cinesi. Secondo gli economisti, una delle conseguenze immediate sarà la creazione di 260.000 nuovi posti di lavoro a Taiwan.

Per quanto concerne le nuove, grandi vie di comunicazione terrestri e marittime in corso di allestimento, e funzionali al sempre più grande interscambio della Cina con i suoi vicini, nel 2020 sarà pronta un’unica linea ferroviaria che collegherà la città cinese di Kunming a Bangkok, la capitale della Thailandia, attraversando ben sei Paesi asiatici. Il piano preliminare per il maxi progetto è stato approvato in via preventiva alla fine di ottobre 2010 dal comitato dei rappresentanti dei Paesi della regione del Mekong, cioè Cambogia, Cina, Laos, Myanmar, Vietnam e Thailandia, e prevede la realizzazione del collegamenti utilizzando sia linee già esistenti che altre in via di costruzione, per diventare appunto operativo entro il 2020. A sua volta, la Russia sta sperimentando, tramite la compagnia armatrice Sovcomflot, la possibilità di aprire una nuova rotta di comunicazione marittima da Murmansk per la Cina. Un percorso di ‘soli’ 13.000 chilometri, che sarà la metà di quelli oggi percorsi passando per il canale di Suez. Valutati costi e convenienze, il petrolio e il gas solido russo potranno affluire molto più celermente, e soprattutto lungo una rotta strategicamente sicura.

 

4. Una proiezione di potenza sia militare che tecnologica

Da quando Bush junior nel gennaio 2001 avviò il dislocamento dei missili antimissile in Alaska, ordinò il raddoppiamento dei voli di spionaggio lungo le coste cinesi e l’inizio, quello stesso anno, dei lanci sperimentali nel Pacifico dei missili antimissile, il problema del contenimento militare della Cina è rimasto all’ordine del giorno dell’agenda della Casa Bianca, e quindi del Pentagono[6]. Anche perché il quadro delle intese e delle alleanze militari della Cina, che poteva già contare sulla Corea del Nord, sul Myanmar e sull’ambiguità del Pakistan, diviso fra lei e gli Usa, è andato progressivamente allargandosi, nonostante la distrazione di molti autorevoli osservatori. Come lucidamente sintetizzava Arrighi, giusto tre anni fa, «Non c’è dunque da sorprendersi che il tentativo degli Stati Uniti di circondare la Cina con un sistema di alleanze non abbia portato da nessuna parte. I legami in tema di servizi segreti e di collaborazione militare degli Stati Uniti con l’India e col Vietnam si sono rafforzati, ma ancor di più si sono rafforzati i legami di questi paesi con la Cina. Contemporaneamente, dopo anni di inimicizia con i cinesi e un alleanza di lunghissima data con gli Stati Uniti, l’Indonesia ha siglato un accordo di collaborazione strategica con Pechino salutato dal presidente Hu come l’inizio di una “nuova era” nei rapporti fra le due nazioni. Un analogo spostamento è avvenuto nella Corea del Sud, dove il presidente Bush ha dovuto digerire, nel corso della sua visita del novembre 2005, l’annuncio che Seul stava per ritirare un terzo del suo contingente in Iraq, mentre il presidente Hu aveva ricevuto il caloroso applauso di tutto il parlamento coreano e aveva  potuto dichiarare che le relazioni fra Cina e Corea del Sud erano entrate nel “periodo migliore della loro storia”».[7] L’unica pedina ancora tentennante, ma si tratta della pedina decisiva, è naturalmente il Giappone. Non a caso nei suoi riguardi la Cina alterna, ad un ritmo sempre più incalzante, la carota al bastone. Il 30 ottobre 2010 ad Hanoi, prima dell’inizio del vertice dei paesi dell’Asean, è avvenuto un incontro tra il premier cinese Wen Jiabao ed il collega giapponese Naoto Kan, “per promuovere” le relazioni bilaterali. I rapporti Cina-Giappone si erano tesi dopo il sequestro, nel settembre 2010,di un peschereccio cinese da parte della guardia costiera giapponese, in acque contese fra i due paesi nel Mar della Cina orientale, in prossimità delle isole che sono le Diaoyu per i Cinesi, ma Senkaku per i Giapponesi. Il primo ministro giapponese si è detto fiducioso che Giappone e Cina mantengano stretti rapporti per cooperare per la stabilità, ed ha aggiunto che le buone relazioni fra le due maggiori economie dell’Asia sono molto importanti per la stabilità mondiale e asiatica. La breve fiammata di tensione, forse un test politico militare da parte di qualcuno, non sembra dunque modificare il riorientamento, per ora solo economico, del Giappone in direzione della Cina.

Il 16 agosto 2010 il Pentagono ha diffuso, con inusitato ritardo, il suo annuale rapporto Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China, col titolo modificato in Military Power of the People’s Republic of China. Nelle 83 pagine che compongono questo documento, risulta che la spesa cinese per le forze armate nel 2009 è stata di 150 miliardi di dollari. Nell’edizione del 2010 si sottolineano innanzitutto il cambiamento in atto nell’Esercito Popolare di Liberazione, che passa dalla semplice difesa dell’integrità territoriale cinese a una nuova capacità di operare a distanza. Ultimamente la flotta del Dragone sta ad esempio pattugliando il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano in operazioni antipirateria. Il Pentagono è molto preoccupato gli investimenti, che hanno permesso alle forze armate cinesi di adottare strategie “anti-accesso” (anti-access) e di “negazione dell’area” (area-denial), nonché di “proiezione di potenza ad ampio raggio” (extended-range power projection). Non piccola consolazione, si sottolinea che la Cina dipende dall’importazione di energia da «più di 50 Paesi» e che «Pechino sta ancora cercando di rendere i rifornimenti meno esposti ai rischi di interruzione a causa di fattori esterni». E se la Cina sta costruendo gasdotti e oleodotti in arie direzioni, com’è evidente le forniture «continueranno a dipendere dal trasporto marittimo». Sempre in questo rapporto si sottolinea che i rapporti di forza nello Stretto di Formosa stanno spostandosi sempre più a favore della Cina continentale. Più maliziosa la segnalazione che nelle aree limitrofe all’Arunal Pradesh e all’Askai Chin, territori ancora contesi all’India, Pechino sta sostituendo i vecchi missili Css-3 con la nuova generazione dei Css-5. Maliziosa perché ormai da anni gli sforzi della Cina sono semmai principalmente rivolti alla ricerca di un’intesa non solo politico-economica, ma anche militare con l’India. Ma la vera, autentica novità sul piano militare, in grado di modificare profondamente gli attuali equilibri strategici, è costituita dai nuovissimi missili antinave, di produzione interamente cinese, i Dong Feng 21, capaci di raggiungere la distanza di 1300-1800 km, e soprattutto di distruggere persino le portaerei. Stanno venendo installati lungo le coste, in particolare, a quanto sembra, nella provincia dello Guandong. Per ora, va solo registrato che a fine ottobre 2010 i cinesi sono riusciti per la prima volta a far annullare le previste manovre navali congiunte di Usa e Corea del Sud nel Mar giallo. La giustificazione ufficiosa, diffusa dai media sudcoreani, è che gli Usa e la Corea del Sud hanno deciso di non tenere le esercitazioni per evitare degli attriti con i paesi vicini, e favorire in questo modo un’atmosfera positiva per il vertice del G20 di novembre a Seul. Dove gli americani hanno inutilmente chiesto per l’ennesima volta alla Cina, di deprezzare la sua moneta.

Viceversa, nei primi giorni di ottobre c’era stata la sorprendente notizia della partecipazione dimostrativa di quattro caccia Sukhoi Su-27 cinesi alle attività addestrative del centro di formazione per il combattimento aereo turco “Anatolian Eagle”, nella grande base aerea di Konya. Le loro evoluzioni con i colleghi turchi si sono concluse il 6 ottobre, pochi giorni prima dell’arrivo del presidente cinese Wen Jiabao ad Ankara, e rappresentano la prima presenza di aerei militari di Pechino nella base di un paese membro dell’Alleanza Atlantica. Secondo il quotidiano turco Hurriyet, Washington non ha per nulla gradito la visita cinese in Turchia, e prima dell’esercitazione avrebbe ammonito Ankara, ricordandole l’impegno a non trasferire conoscenze tecniche ed informazioni a paesi esterni alla Nato. Si è trattato comunque di manovre già pianificate nell’aprile 2009, quando il comandante dell’aeronautica di Pechino, il generale Xu Gilliang, visitò Ankara incontrando il generale turco Hassan al-Aqsa. Va inoltre sottolineato che i Sukhoi cinesi sono arrivati a Konya facendo prima scalo in Pakistan e quindi nella base aerea iraniana di Gayem al Mohammad, a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. Una vicenda che se non fosse vera sembrerebbe pura fantapolitica. E che comunque sembra davvero prefigurare diverse, interessanti novità geopolitiche.

La Cina sta muovendo passi da gigante nello sviluppo della tecnologia astronautica. L’Occidente la osserva distratto, almeno in apparenza. Basta ricordare brevemente, fra gli obiettivi raggiunti, oltre al posizionamento in orbita geostazionaria di alcuni satelliti militari, il lancio nel 2003 di un astronauta in orbita attorno alla terra, il lancio nel 2007 di Chang’e 1, la prima sonda lunare, la “camminata” nello spazio di tre astronauti cinesi nel settembre del 2008. Fra gli obiettivi a lungo termine, l’allestimento di una stazione orbitante entro il 2016, e la partenza di una missione umana sulla Luna intorno al 2020. Intanto, il 1 ottobre 2010, nel sessantunesimo anniversario della fondazione della Repubblica, la Cina ha lanciato con successo, la sua seconda sonda lunare, la Chang’e 2. Per quanto riguarda invece i satelliti Yaogan-6, Asiasat-5 e Palapa-D, entro il 2015-20 essi dovrebbero costituire una vera e propria “rete”, in grado di offrire una copertura totale del pianeta. E non solo ad “utilizzatori civili e militari”, come ricorda il summenzionato rapporto del Pentagono, ma anche ai missili “Lunga Marcia V”, capaci di trasportare testate nucleari in orbita.

Alla fine di ottobre 2010 si è diffusa la notizia che il più potente supercomputer del mondo non era più statunitense ma cinese, il Tianhe-1A, ovvero il “Via Lattea-1A”, costruito dalla National University of Defense Technology. I test di laboratorio hanno dimostrato che è in grado di raggiungere una velocità di 2,507 petaflops, ovvero di eseguire 2,5 milioni di miliardi di calcoli al secondo. Una potenza pari a 175 mila computer portatili, il 30-40 per cento in più del precedente campione, un calcolatore americano ospitato in un laboratorio del governo Usa nel Tennessee. Secondo fonti ufficiali, il super computer sarà messo a disposizione della comunità internazionale per ricerche sui farmaci, per la realizzazione di modelli meteorologici, e per condurre studi sulla formazione delle galassie. Ma considerato chi è stato a produrlo, il suo utilizzo potrà essere in primo luogo militare, favorendo ad esempio l’intrusione nelle reti altrui per raccogliere informazioni che possano avere utilità strategica o militare, e gli attacchi ai network informatici oggi degli avversari, domani dei nemici.

5. Conclusione

La Cina, come civiltà, è sempre esistita, ed è lo stato più antico del mondo, sopravvissuto pressoché intatto fino ai nostri giorni. La Cina ebbe nel XVI secolo la possibilità teorica di diventare la massima potenza planetaria per il suo peso demografico, economico e militare, basti pensare alla sua flotta costituita da navi lunghe fino a centoquaranta metri, cioè tre volte le più grandi unità navali occidentali dell’epoca. In quel periodo un suo ammiraglio arrivò verosimilmente a toccare le coste orientali dell’Africa, e forse si spinse anche oltre[8]. Se la Cina allora non divenne la potenza egemone fu solo per una scelta d’ordine squisitamente culturale: definendo sé stessa tradizionalmente come l’‘Impero di Mezzo’, cioè ponendosi idealmente al centro del mondo, si riteneva assolutamente completa e autosufficiente da tutti i punti di vista, ritenendo quindi perfettamente inutile interessarsi dei barbari che la circondavano da ogni parte. La chiusura dei suoi confini fu sempre più stretta, in particolare nei riguardi dell’Occidente, e divenne totale verso la metà del XVII secolo. Incomincia allora, però, la sua espansione e migrazione economica e commerciale, soprattutto in direzione del Sudest asiatico, dove saranno create via via nei secoli successivi e fino ad oggi, sempre più numerose colonie e insediamenti di mercanti cinesi, la cui grande capacità e altissimo senso organizzativo ha reso possibile il sorgere e il consolidarsi di tante micro e macro economie nei diversi stati dell’Asia sud orientale, che solo oggi si stanno saldando in modo definitivo e strategico da tutti i punti di vista, alla grande madrepatria, determinando quindi la svolta epocale a livello planetario che tutti noi stiamo vivendo.


[1]           Si tratta in realtà, né più né meno, di un classico esempio di “rappresentazione geopolitica”, come l’ha definita Yves Lacoste. Nella fattispecie una “rappresentazione” tipicamente americana, che vede oggi il Giappone, e potenzialmente anche il Tibet domani, come pedine direttamente ‘giocabili’ in funzione del contenimento della Cina.

[2]           Per quanto riguarda il Buddhismo, si veda lo stringato pamphlet di François Thual, Géopolitique du Bouddhisme, Éditions des Syrtes, Paris 2002. Mancano invece a tutt’oggi degli studi specifici sulla rilevanza geopolitica di Confucianesimo e Taoismo.

[3]           Sulle Triadi vedi J.S.M. Ward – W.G. Stirling, The Hung Society or the Society of Heaven and Hearth, 2 voll., Southern Material Center, Taipei 1977 (I ed. London 1925-26); B.E. Ward, Le società segrete in Cina, in Le società segrete, a cura di N. Mackenzie, Rizzoli, Milano 1968, e A. Grossato, “Banditi e Triadi in Cina”, in Le vie spirituali dei briganti, a cura di A. Grossato, Medusa, Milano 2006, pp. 39-44.

[4]           Viceversa, merita di venire segnalato come singolare esempio di una parziale, e forse strumentale integrazione a fini marcatamente geopolitici e di intelligence, l’esistenza in Australia, per circa un ventennio, dal 1938 fino al 1957, di un regolare Ordine Massonico, direttamente ispirato alle Triadi cinesi localmente residenti, fondato dal Tenente Colonnello Clive Loch Hughes-Hallett. Non a caso si tratta del periodo che precede immediatamente e che segue di poco il conflitto col Giappone. Vedasi la documentazione dettagliata fornita a questo riguardo da Graeme Campbell Love e Neil Wynes Morse, The Reformed Triad-League, in Ars Quatuor Coronatorum, Volume 116, London 2004, pp. 248-267. Gli esoterismi in generale, e le società segrete in particolare, hanno un ruolo geopolitico importante che è stato lucidamente riconosciuto almeno in linea di principio, ma applicato ad un solo caso, sia pur storicamente rilevante, da François Thual, Géopolitique de la Franc-Maçonnerie, Dunod, Paris 1994. Sul ruolo geopolitico dell’esoterismo islamico sia in generale che per quanto riguarda più specificamente la Turchia, si veda il nostro articolo nel numero precedente di questa rivista.

[5]           G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Felrinelli, Milano 2008.

[6]           Fondamentale per una completa comprensione dell’atteggiamento geopolitico-militare della Cina è il saggio di Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, a cura del Generale Fabio Mini, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001. Anche se, purtroppo, si tratta di una traduzione solo parziale.

[7]           G. Arrighi, op. cit, pp. 328-329.

[8]           Cfr. G. Menzies, 1421. La Cina scopre l’America, Carocci, Roma 2002.

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Alessandro Grossato, docente di Religioni non cristiane presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova, è un orientalista e geopolitico delle religioni. Ha insegnato nelle Università di Venezia, Padova, Trieste, Gorizia, Perugia e Trento. Membro dell’Is.M.E.O., negli anni 1984-89 ha partecipato alla Missione archeologica italiana in Nepal. Nel 2004 ha fondato e diretto assieme a Francesco Zambon la Collana Viridarium della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e nel 2008, assieme a Carlo Saccone la Rivista Quaderni di Studi Indo-Mediterranei, patrocinata dall’Università di Bologna. Sempre nel 2004, ha fondato e presiede il Limes Club di Padova. Dal 2009 è membro dell’Editorial Advisory Board di Le Simplegadi, Rivista internazionale on-line di lingue e letterature moderne dell’Università di Udine. Dal 2011 è Senior Fellow dell’Istituto di Politica, e membro del comitato di redazione della Rivista di Politica edita da Rubettino e diretta da Alessandro Campi.