Di Marta Fanasca

 

(originariamente pubblicato su laviadellaseta.altervista.org)

Le ceramiche Banko rappresentano un interessantissimo esempio di prodotto artistico in cui convergono al contempo elementi di funzionalità uniti a quello che si può a pieno titolo definire un design di concezione moderna.

Caratterizzate sin dal principio da una grande varietà di stili, soggetti e tecniche, non possono essere inserite in una catalogazione per forme o colori, ma rispecchiano di volta in volta il gusto dell’artista che le ha realizzate, mantenendo ovviamente un fine pratico oltre a quello innegabilmente decorativo. La produzione delle ceramiche Banko inizia intorno al 1740, quando il chajin Numanami Gozaemon (noto anche come Numanami Rozan, 1718-1777) comincia la produzione di ceramiche note come banko fueki (traducibile come “resistenti in eterno”). Non si sa molto dell’arte di Numanami, ed anche la produzione ceramica svanisce poco dopo la sua morte. Nel 1830 però, la storia narra che il figlio di un robivecchi, tale Mori Yusetsu, trovò tra le cianfrusaglie del padre degli appunti appartenuti a Numanami, che descrivevano la formula e alcune tecniche per produrre le ceramiche Banko. L’uomo, già ceramista, rendendosi conto del potenziale della scoperta, fece in modo di acquistare il marchio banko fueki dai discendenti di Numanami ed inizò la rinnovata produzione di queste particolarissime ceramiche, nelle quali è praticamente impossibile rintracciare un denominatore comune. Pezzi invetriati e non, monocromi, policromi, marmorizzati, semplici tazze e teiere dalle forme più comuni così come vasi-tanuki o cinghiali. Questo è l’universo multiforme delle ceramiche Banko, il cui periodo di maggiore splendore arrivò durante il periodo Meiji, quando questi oggetti furono tra i primi biglietti da visita del Giappone in Occidente.

Come già detto, queste ceramiche sono molto diverse tra loro, ma quello che possiamo notare essere ricorrente tra i vari pezzi è il particolarissimo design, che travalica il limite fisico imposto dalla superficie dell’oggetto, plasmandolo anzi nella forma più adatta all’espressione artistica. Una fantasia che non deve più piegarsi ai limiti fisici di orli e bordi, manici e coperchi. La forma stessa dell’immagine riprodotta diventa quella dell’oggetto, ed è quest’ultimo a doversi adattare a nuovi spazi e dimensioni. Per cui ammiriamo teiere che cambiano il proprio aspetto fino ad assumere quella di una quaglia o di un elefante, e che soltanto ad uno sguardo più attento si palesano per la loro effettiva funzione.

Questa fusione di funzionalità e design è tipica dell’estetica contemporanea che, creando oggetti accattivanti verso i quali ci sentiamo immediatamente attratti, quasi attribuisce un’anima agli utensili di uso comune, umanizzandoli e rendendoli più empaticamente apprezzabili, con le loro forme antropomorfe e i colori brillanti. Grazie ad un’apparenza che li rende non più semplici oggetti di uso domestico ma parte della vita casalinga dell’individuo che li acquista, cavatappi, vasi, bottiglie come anche divani o altri complementi d’arredo, sfuggono alla semplice denominazione di “oggetto” divenendo parte decorativa e al contempo funzionale nella casa in cui, potremmo quasi dire, vivono.

In questo le ceramiche Banko si pongono come antesignane del genere. Alessi, Ikea o chi per loro sembrano non essere più così innovativi di fronte a queste ceramiche. Vasi da appendere a forma di uomini e donne, teiere come anatre colte nel loro nuotare in placide acque o nascoste sotto le forme di pesci coloratissimi, questa è stata la creatività degli artisti Banko che utilizzarono le loro piccole creazioni come portavoci del gusto e soprattutto della fantasia giapponese in Occidente. Grazie a queste deliziose opere d’arte, nei salotti della borghesia europea e americana iniziarono a far capolino figure muliebri in kimono con la gerla sulle spalle, mercanti e divinità della fortuna, personaggi tipici della vita e del folklore nipponici come Fukusuke e Hyottoko, piccoli ambasciatori dei costumi di una cultura così diversa ma in grado di affascinare l’osservatore straniero, soprattutto tramite la creatività artistica. I colori vivaci e le forme stravaganti fecero subito presa sul gusto occidentale, tanto da divenire pezzi esibiti nelle esposizioni universali ed altamente ricercati. Nei cataloghi di una all’epoca famosa casa di vendita per corrispondenza di oggetti estremo orientali, la Vantine, compaiono infatti molti pezzi a marchio Banko, ancora oggi ricercati dai collezionisti di tutto il mondo.

Ma dove colori e forme non risultano essere accomunati da alcunché, per riunire le ceramiche Banko sotto un’unica etichetta diventa di importanza fondamentale il marchio, segno distintivo di ogni produzione o manifattura. La funzione principale e tradizionale di un marchio è quella di permettere che il consumatore o il compratore di un determinato oggetto possa essere in grado di distinguerlo dagli altri, magari simili, senza ombra di dubbio. Specialmente in un mercato vasto come poteva essere quello delle ceramiche da esportazione del Giappone tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo era necessario, per affermarsi ed essere riconosciuti, presentare oltre ad un design particolare un marchio ben riconoscibile ed in vista. Per quanto riguarda l’estetica estrosa infatti, le Banko dovevano fronteggiare sugli stessi campi della particolarità e della fantasia creativa le ceramiche del tipo Sumida. Un caso particolare di sovrapposizione tra i due stili ci viene proprio da un catalogo della Vantine dove una teiera, riconosciuta come Sumida nel libro di Nancy H. Schiffer Imari, Satsuma and other Japanese Export Ceramics (tra i testi fondamentali per lo studio delle ceramiche di esportazione giapponesi) viene etichettata e venduta alla “modica” cifra di 1 dollaro, come Banko. Risulta quindi chiaro che per l’acquirente dell’epoca non doveva esserci molta differenza tra quelle che venivano genericamente etichettate come “porcellane estremo orientali”.

Senza andare troppo oltre con la fantasia possiamo tranquillamente ipotizzare che i produttori giapponesi di Banko, rendendosi conto della difficoltà per un pubblico straniero di comprendere le differenze tra i due stili, soprattutto tramite le foto sfocate dei cataloghi in bianco e nero, che non permettevano di apprezzare le differenze proprie di materiali, cottura e decorazione tramite il tatto, posizionassero il marchio Banko sui pezzi da loro creati, in modo da renderli unici e inconfondibili.

Usualmente il marchio Banko compare riprodotto all’interno di una cornice ellittica sul fondo delle teiere. In altri casi invece è possibile ritrovarlo sotto il manico o, più in piccolo, sulla superficie laterale dell’oggetto. È presente solitamente una sola volta, e può essere scritto in due diversi stili, uno che richiama i caratteri più antichi e il corsivo, l’altro nello stile ancora oggi utilizzato. Compare molto più comunemente il marchio che non la firma dell’artista, quasi a significare che per la casa madre bastava il nome della produzione come garanzia di “resistente in eterno”.

Un pezzo che in quest’ottica assume un’importanza particolare è una piccola teiera, di dimensioni assai ridotte (con un diametro alla base di soli 5,5 centimetri). L’oggetto si presenta come molto semplice: in ceramica bianca non decorata né invetriata, è ingentilito da minute decorazioni traforate al termine del manico, seguite da un sottile motivo geometrico a spirale quadrata. Anche la decorazione del coperchio è ridotta a pochi elementi geometrici. Un pezzo che, ad un primo sguardo sembrerebbe molto meno interessante rispetto a quelli di dimensioni maggiori, decorati a tutto tondo o dalle forme particolari, oppure rispetto alla fantasia policroma degli esemplari marmorizzati.

Ma ciò che colpisce in modo particolare in questa piccola teiera è la presenza, a chiaro scopo decorativo, del marchio Banko, ripetuto svariate volte in entrambi gli stili, a volte addirittura sovrapposto, con l’aggiunta della dicitura “fueki”. E’ la fusione del concetto di marchio con quello di design, concetti chiave di quelle produzioni odierne, che lanciano il proprio nome abbinato ad un simbolo chiave, ripetuto sull’oggetto, che riporti immediatamente nella mente di chi osserva le caratteristiche del prodotto in questione, il nome. Forse un po’ azzardato, ma il paragone con il celeberrimo sbaffo “Nike” e la scritta “Just do it” che lo accompagna, sui prodotti della nota marca di abbigliamento sportivo, non è poi così forzato.

E quindi gli artisti Banko, precursori dei tempi e del marketing, sono stati in grado di unire ad un’estetica accattivante un marchio riconoscibile ed addirittura uno slogan, a volte riportato sull’oggetto stesso, trasmettendo così la fama del prodotto più che la propria, e trovando il modo di farsi riconoscere dai potenziali acquirenti differenziandosi dai diretti concorrenti, mostrando una capacità di analisi del mercato sorprendentemente moderna.

Riferimenti biliografici:

-Schiffer Nancy Japanese Export Ceramics: 1860-1920 Schiffer Publishing, 2007

-Schiffer Nancy Imari, Satsuma and Other Japanese Export Ceramics Schiffer Publishing 1999

-Till Barry Fanciful Images. Japanese Banko Ceramics Art Gallery of Greater Victoria 2013

-Sadun Daniela “Humor” in Japan – Style of expression in Literature, Performing Arts & Images- National Institute of Japanese Literature, Università di Milano Bicocca, 2009

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Marta Fanasca, nata a Marino (RM), classe 1983. Ha studiato Lingua e cultura giapponese presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma, dove si è laureata con il massimo dei voti. Dopo la laurea ha trascorso due anni presso la prestigiosa Università di Tokyo e attualmente collabora con alcune testate on-line scrivendo articoli sul Giappone e la sua cultura. È in uscita il suo primo libro, Giappone Soprannaturale, per l’editore ‘Libreria Universitaria’.