di Yulia Baldina e Priscilla Tropea

Avreste mai creduto ad uno scambio culturale fra una scuola pubblica italiana e quella di un paese est-asiatico come il Giappone, seppure nel 2015?

Ebbene, è successo.

I.

Il giorno 5 novembre, una nutrita delegazione della classe IV O – tutta femminile – del Liceo Lucrezio Caro (LLC) di Roma è giunta a Mimata-chō. Si tratta di un piccolo centro della provincia di Miyazaki, una di quelle in cui è suddivisa amministrativamente l’isola di Kyushu, nell’estremo ovest del Giappone.

Eravamo partite il giorno prima, e mettevamo piede nella destinazione finale dopo 25 ore in giro per il mondo e per aeroporti.

Il gruppo del LLC, guidato dal docente Daniele Sestili, è stato accolto dalla scuola superiore “Miyako no jō-Higashi” (MHH) e da alcune famiglie del territorio, per una permanenza di otto giorni. Visitare un Paese di cui pensavamo – molto ingenuamente e arrogantemente – di sapere tutto, dopo quattro anni di studio della sua lingua e civiltà, si è rivelato un vero e proprio shock.(1) Noi, piccole donne della IV O, abbiamo visto cose che voi italiani – voi occidentali – non potete nemmeno immaginare.

La società giapponese, spesso considerata fredda, rigida e “assurda”, si è rivelata essere invece accogliente, accomodante e adorabile, almeno in quella parte del Giappone in cui ci siamo trovate. La raccolta realtà rurale di Mimata-chō ci è subito entrata nel cuore.

Il Kyushu, in particolare Miyazaki e provincia, che abbiamo avuto modo e piacere di visitare, sono caratterizzati dalla presenza di meravigliose campagne e non solo. Infatti accanto a balle di fieno, mucche e galline ci sono anche le antiche dimore dei samurai, i santuari shintoisti immersi nella natura, senza dimenticare la vista dell’Oceano Pacifico.

Insomma sembra di vivere un “sogno asiatico”. Scordatevi quindi i grattacieli, le metropolitane stracolme di gente con addetti buttadentro muniti di guanti bianchi, quartieri interi dedicati allo hi-tech, la moda sfacciata e spiazzante delle gothic-lolita, la morte per superlavoro, i treni sempre in orario, gli alberghi con i loculi, la massa indefinita, gli ineffabili otaku (e nerd similari). Il Kyushu è un’altra cosa.

II.

La scuola MHH ha saputo dare il benvenuto, con un caloroso ”abbraccio” – si fa per dire, perché in Giappone non esistono gli abbracci!-, a undici terrorizzate studentesse italiane. Il primo incontro è stato con le famiglie ospitanti, e, tra lacrime, ansie e paure (anche perché la maggior parte delle famiglie non parlavano nemmeno l’inglese, la lingua che avremmo voluto usare nella primissima fase), siamo “sopravvissute” a delle persone deliziose.

Sebbene ci siano stati alcuni problemi interculturali e di alloggio (per esempio, la convivenza di alcune di noi con ”esserini” simpatici e carini, come robusti ragni pelosi da accarezzare), è stata una delle esperienze più belle che una persona possa vivere, con il piacere di misurare il nostro giapponese parlato in contesto reale.

III.

Nonostante la nostra preparazione mentale, lo shock culturale è stato immenso. Una delle tante cose, che hanno lasciato a bocca aperta noi studentesse della IV O, è stato sicuramente il cambio di scarpe all’ingresso di luoghi privati e pubblici come la scuola, e il relativo utilizzo di ciabatte, da noi, tutte centroitaliane, soprannominate ”ciocie”. Per quanto fossimo al corrente di questa usanza, è stato strano, e a tratti divertente, vedere i professori, e l’amministratore delegato (il ”pezzo grosso” della scuola) vestiti di tutto punto, ma con addosso ciabatte (foto I, II e III).

Tuttavia l’aspetto più spiazzante, lusinghiero ed emozionante, è stato, senza dubbio, il trattamento speciale che gli studenti della scuola MHH ci hanno riservato. Ci guardavano come un cieco che vede per la prima volta il sole, e non stiamo esagerando.

Per una realtà contadina, seppure caratterizzata da tutte le comodità della modernità, come quella di Mimata-chō, vedere gaijin 外人, ovvero stranieri, è senza dubbio una cosa rara. In questo caso, avendo alcune di noi tratti somatici estremante esotici, quali capelli biondi ed occhi azzurri – differenti quindi da quelli propriamente giapponesi -, riscuotevamo presso gli studenti una popolarità esagerata.

Dunque, subivamo spesso “agguati”, da parte di studentesse e studenti allo stesso modo, che volevano solamente vederci da vicino, parlare e complimentarsi con noi, ripetendoci IN CONTINUAZIONE la magica parola: かわいい(kawaii = carina). Parola che è diventata motto del nostro scambio.

IV.

Scambio culturale che ci ha dato modo di conoscere abbastanza il sistema scolastico giapponese, nel quale siamo state completamente immerse, seppure per pochi giorni.

Abbiamo infatti frequentato le lezioni alla MHH come se fossimo studentesse giapponesi: ovvero dal lunedì al venerdì, dalle 8.20 alle 16.45 (foto IV).

Abbiamo seguito, insieme a classi della scuola selezionate a rotazione, lezioni di inglese, storia del Giappone, matematica, musica, scienze, laboratori di cucina giapponese, cinese e occidentale, educazione fisica e molto altro. Abbiamo partecipato anche a laboratori di calligrafia e ikebana, l’arte di disporre i fiori (foto V).

Conseguenza delle intense ore di lavoro per i ragazze giapponesi è sonno e stanchezza, portandoli, dunque, ad organizzarsi di conseguenza: abbiamo notato la presenza di copertine e cuscini nelle classi della MHH, cosicché i poveri studenti potessero riposarsi, a volte, durante le lezioni.

Ricordiamo poi con orgoglio che noi ragazze italiane abbiamo vinto 2 partite su 3 contro la squadra femminile di pallavolo della MHH, e perso onorevolmente contro una classe tutta maschile.

Durante il nostro breve soggiorno, abbiamo anche avuto modo di visitare due scuole elementari. L’ultima ci ha davvero stupite, per la forte attitudine che potremmo definire militare, che in italia non esiste. Attitudine che, a dir la verità, non solo ci ha sorprese ma anche spaventate. Vedere come quei dolci bambini giapponesi ci abbracciavano, ci saltavano addosso e interagivano con noi durante la ricreazione (foto VI e VII), e cambiavano radicalmente al momento della lezione è stato scioccante. Ci è sembrato che prevalessero disciplina e freddezza, e non incoraggiamento ed affetto.

V.

Un altro aspetto per noi di vitale importanza è stata la cucina, che abbiamo avuto modo di provare, sia a scuola che con le famiglie ospitanti. Cucina che, inutile dirlo, è totalmente differente dall’italiana.

E in modo positivo, dato che soddisfaceva e anzi superava le nostre aspettative – una vera delizia per il palato! Nonostante il cibo fosse assolutamente buono (seppure – anche questo in modo inaspettato – in quantità eccessive), sembra che i giapponesi non siano abituati a bere acqua a tavola, e se la bevono è congelata. Il che, in contrasto con la zuppa calda (misoshiru), induceva un “leggero” malessere…

Tutti conoscono poi l’abilità tecnologica dei giapponesi, e sebbene non abbiamo visto nessun robot aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, ne abbiamo comunque avuto prova.

Sapete grazie a cosa? Ai fantascientifici sanitari presenti persino nei bagni pubblici. Sanitari dotati di qualsiasi comodità: tavoletta riscaldata, rumore simulato dello sciacquone per celare suoni fisiologici e, attenzione, il bidet. Bidet che, integrato nella stessa tazza, è stata fonte di immensa felicità per noi ragazze italiane (foto VIII).

VI.

L’ultimo giorno è stato davvero traumatico per tutte noi, perché le difficoltà di adattamento e la breve permanenza non ci avevano impedito di creare un legame d’affetto con le rispettive famiglie ospitanti, gli amici giapponesi della MHH e anche il prof. Ishikubo, il responsabile degli scambi internazionali della MHH.

Senza nulla togliere agli altri docenti della scuola ospitante – tutti gentilissimi e cordialissimi verso di noi -, con questo 先生sensei, nonostante la sua tempra e l’attitudine da vero samurai, si è sviluppato un legame di simpatia e un forte rispetto reciproco, ed onestamente parlando, rimane la persona che ricordiamo con più nostalgia, ripensando ai bei momenti vissuti insieme.

Per tutti questi motivi e particolarità, a cui ci siamo presto abituate, il Giappone ci ha saputo accogliere nel suo cuore, e noi abbiamo accolto il Giappone nel nostro. Dopo questa grande e meravigliosa esperienza che ha alimentato il nostro interesse e passione, possiamo affermare di sentirci, anche noi, un po’ giapponesi.

Yulia Baldina è autrice di tutte le foto, ad eccezione delle V e VI, queste realizzate da Marta Pero.

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(1)

Lingua e Civiltà Giapponese si insegna in modo continuativo e durante il normale orario delle lezioni in sole tre scuole italiane. Il LLC di Roma, liceo classico-linguistico, ha attivato la disciplina come opzionale cinque anni fa; attualmente ci sono 162 studenti impegnati nel suo studio, dal I al V anno, e suddivisi su due sezioni.

Pioniere della disciplina nelle scuole superiori è stato l’IIS “B. Pascal” di Romentino (Novara) con corsi curricolari dal 2001, seguito dal Liceo linguistico “G. Falcone” di Bergamo, dove la disciplina è, allo stesso modo, curricolare. Lo scambio attuato quest’anno dal LLC con la MHH è uno dei primissimi in assoluto che coinvolga una scuola italiana [NdR].

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Yulia Baldina

Nata a Chelyabinsk (Russia) nel 1999, Yulia ha una grande passione per la fotografia e le lingue orientali, in particolare per quella giapponese, che studia – insieme alla cultura – presso il liceo linguistico “Tito Lucrezio Caro” di Roma. Uno dei suoi sogni, ovvero quello di visitare il Giappone, si è avverato nel novembre 2015. Ma il sogno più grande è quello di conoscere la lingua giapponese anche nelle sue piccole sfumature.

Priscilla Tropea

Nata a Roma nel 1998, adora la cultura e la lingua giapponese sin da bambina. Ama scrivere, leggere e viaggiare. Il viaggio che più le è rimasto nel cuore è quello che l’ha portata nella provincia di Miyazaki (Kyushu), in Giappone. Questo l’ha spinta ad interessarsi ancora di più alla lingua giapponese – che studia ormai da quattro anni al liceo “Tito Lucrezio Caro” di Roma – e al Giappone stesso.