Di Roberto Sallustio

 

E’ possibile definire uno strumento di secoli fa “contemporaneo”? E’ corretto definirlo “tradizionale”, anche se impiegato in un brano di musica elettronica? Uno strumento proveniente dal ‘lontano’ Giappone può assumere un’‘identità’ europea?

Nel traffico di culture[1] in cui viviamo circola, ormai da anni,  lo 尺八 shakuhachi,[2] un flauto dritto di bambù tipico della musica tradizionale giapponese. La tipologia più comunemente diffusa è quella derivante dal fuke shakuhachi, uno strumento utilizzato durante il periodo Edo (1603-1867) dai komusō, monaci questuanti membri della setta buddhista Fuke che lo suonavano per raggiungere l’illuminazione.[3]

Lo strumento oggi mantiene quasi tutte le caratteristiche del fuke shakuhachi, con alcune differenze, riguardanti soprattutto la struttura della canna. Costituito da due sezioni di bambù madake unite al centro da un raccordo interno, detto nakatsuki, di notevole importanza è la presenza o meno di ji, una  lacca che riveste il cavo interno della canna e permette la produzione di un suono caratterizzato da un timbro più stabile.[4] Nonostante lo shakuhachi abbia solo cinque fori digitali, l’impiego di varie tecniche esecutive (come la chiusura parziale dei fori, movimenti verticali e laterali della testa, sottili spostamenti delle labbra sull’imboccatura o differenti diteggiature) permette la produzione di microtoni, un’estensione fino a tre ottave e l’esecuzione di diversi tipi di vibrato, portamenti e note ribattute. Il modello più utilizzato è lo shakuhachi 1.8,[5] che produce come nota di base re4, ma vengono impiegati anche shakuhachi 1.6, 2.0, 2.1, 2.4, 3.0, 3.4.

Il flusso transazionale dello shakuhachi verso l’Europa si avvia negli anni ’60 del secolo scorso. Alcuni rinomati maestri giapponesi iniziano a divulgare la cultura nipponica mediante la presentazione all’estero delle loro tradizioni artistiche. Tra i primi avvenimenti ricordiamo l’esibizione del maestro Nōtomi Haruhiko a Roma, nel 1965, il tour europeo tenuto da Aoki Reibo II nel 1969 e quello dell’anno successivo di Yokoyama Katsuya nelle allora Jugoslavia e Cecoslovacchia, e l’esibizione di Takahashi Kūzan nel 1972 ai Giochi Olimpici di Monaco.

Di fondamentale importanza per la diffusione della tradizione dello shakuhachi in Europa è stata la figura di Iwamoto Yoshikazu, il quale, a partire dagli anni ’80, si stabilì in Inghilterra per rimanervi a lungo.[6] Grazie anche alla sua azione divulgativa, alcuni europei decisero di andare in Giappone a studiare direttamente con altri celebri maestri e, al loro ritorno, costituirono dei gruppi locali di suonatori.

La principale organizzazione europea di suonatori di shakuhachi è l’European Shakuhachi Society(ESS), che funziona come coordinamento generale per i gruppi locali. La sua istituzione è legata principalmente alle attività svolte presso la SOAS di Londra e al primo Pan-European Shakuhachi Summer School, tenutosi proprio presso questa struttura nell’estate del 2006. L’European Shakuhachi Summer School, organizzato o patrocinato annualmente dall’ESS, è il maggior evento europeo di shakuhachi, giunto nel 2011 alla quinta edizione.[7] Il suo programma prevede lezioni, conferenze e concerti incentrati non soltanto sullo shakuhachi, ma anche su altri strumenti e arti di provenienza non soltanto giapponese. E’ interessante notare che i partecipanti (insegnanti e studenti) rappresentano diverse ryū-ha, permettendo così un’ampia visuale dell’intera tradizione dello shakuhachi e della musica nipponica in generale. A questo festival, inoltre, si affiancano le attività proposte dai gruppi locali o dai singoli maestri attivi nelle varie nazioni europee (Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Repubblica di Irlanda, Italia, Olanda, Repubblica ceca, Spagna, Svezia).[8]

La diffusione dello shakuhachi in Europa, benché sia abbastanza recente, risulta comunque essere variegata e in costante aumento. La molteplicità di vedute che i suonatori europei mostrano verso l’appropriazione di questo strumento evidenzia l’ampiezza e la complessità del movimento.[9] Alcuni, attratti dalle diverse tradizioni stilistiche, decidono di apprendere repertori di scuole differenti; altri si focalizzano su un unico repertorio e studiano con diversi maestri, travalicando i confini esistenti tra le scuole. Ci sono poi suonatori che utilizzano lo shakuhachi in modo molto originale nel loro ambito di lavoro, come ad esempio Stephanie Hiller, attiva in Inghilterra, che impiega lo strumento nelle terapie olistiche, o come il musicista britannico Clive Bell, che utilizza lo shakuhachi nell’improvvisazione; altri che si dedicano anche alla costruzione dello strumento, come Philip Horan e Justin Senryū.

Sebbene molti suonatori preferiscano i repertori classici (audio1), in quanto sentiti come modi autentici per partecipare alla tradizione dello shakuhachi, è tuttavia piuttosto marcata anche una ricerca di sviluppo delle potenzialità timbriche offerte dallo strumento, che in alcuni casi genera la creazione di nuove composizioni, così come le sperimentazioni che coinvolgono altre sonorità, come la musica elettronica (audio2).

E’ in questi incontri musicali – ma anche più ampiamente culturali, e pure personali – che va cercata una chiave di lettura per le domande poste all’inizio. Il fiorire di questo strumento in una rete contemporanea ordita in un contesto prettamente europeo si impone, senza dubbio, come un affascinante fenomeno culturale, meritevole di maggiore attenzione.

Riferimenti bibliografici

Blasdel Yohmei [Yōmei] Christopher, Snapshot: Syakuhati “walking on its own”, in Robert Provine, Tokumaru Yoshihiko, Lawrence Witzleben (ed. by), Garland Encyclopedia of World Music. Volume 7: East Asia (China, Japan and Korea),New York,London, Routledge, 2002, pp. 707-709

Casano Steven, From Fuke Shuu to Uduboo: The Transnational Flow of the Shakuhachi to the West, “the world of music”, 47/3, 2005, pp. 17-33

Istituto Giapponese di Cultura (The Japan Foundation), Notiziario Istituto Giapponese di Cultura, Roma, Istituto Giapponese di Cultura (The Japan Foundation), 1965-66

Iwamoto Yoshikazu, The Potential of the Shakuhachi in Contemporary Music, “Contemporary Music Review”, 8/2, 1994 pp. 5-44

Sallustio Roberto, Lo shakuhachi tra locale e globale. Ideologie, pratiche e protagonisti in Giappone e in alcuni Paesi Europei, Roma, 2010, tesi di laurea non pubblicata

Sallustio Roberto, Between global and local. The Shakuhachi and its European ‘Identities’, “The European  Shakuhachi Society Journal”, 2011 (vol. 1), pp. 86-95

Seyama Tōru, The Re-contextualisation of the Shakuhachi (Syakuhati) and its Music from Traditional/Classical into Modern/Popular, “the world of music”, 40/2, 1998, pp. 69-84

Tsukitani Tsuneko, The shakuhachi and its music, in Alison McQueen Tokita, David W. Huges (ed. by), The Ashgate Research Companion to Japanese Music 7, Aldershot, Ashgate, 2008, pp. 145-168


[1] Questa definizione è mutuata dal libro di Ugo Fabietti Dal tribale al globale. Introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori, Milano, 2002

[2] Con il termine shakuhachi si fa generalmente riferimento alla famiglia organologica dei flauti dritti con imboccatura a tacca, apparsi in Giappone a partire dal VII secolo. In ordine cronologico, troviamo: il 雅楽尺八 gagaku shakuhachi, uno strumento costituito da un unico pezzo di canna di bambù, con sei fori digitali (cinque anteriori e uno posteriore), introdotto in Giappone tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo; lo一節切hitoyogiri, con cinque fori digitali, apparso tra il XIII e XIV secolo; il 天吹 tenpuku, tradizionalmente suonato nella prefettura di Kagoshima, nel Kyūshū, di taglia un po’ più piccola rispetto a quella dello hitoyogiri; il 普化尺八 fuke shakuhachi, un flauto di dimensioni maggiore rispetto allo hitoyogiri e con la parte finale costituita dalla radice del bambù (nedake); i 多項尺八 takō shakuhachi, shakuhachi con più fori digitali, apparsi nel Novecento.

[3] Nel corso dei secoli, tuttavia, si verificò un processo di secolarizzazione dello strumento – in parte dovuto al diffuso utilizzo dello shakuhachi con la cetra a tavola con ponticelli mobili 箏 koto e il liuto a manico lungo 三味線 shamisen (nell’insieme denominato 三曲 sankyoku), e in parte causato dal declino della setta negli ultimi anni della sua esistenza. Questa trasformazione culminò nell’abolizione della setta nel 1871 e la nascita di differenti scuole/stili (ryū-ha).

[4] Possiamo così distinguere due tipologie di shakuhachi: 地無し ji-nashi (“senza ji”), a volte costituito da un unico segmento di bambù, e 地あり ji-ari o 地塗り ji-nuri (“con ji”).

[5] Isshaku hassun, ovvero uno shaku (30,3 cm) e otto (hachi) sun (3,03 cm). Da questa misura deriva il nome shakuhachi.

[6] Attualmente, in Francia risiede il maestro Kariya Chiaki Sōzan¸ che dirige il ramo francese della Shin Tozan-ryū, e, sempre nel Paese transalpino, il maestro Fukuda Teruhisa presenzia periodicamente i master class organizzati dall’associazione francese La Voie du Bambou, creata da Daniel Lifermann nel 1994.

[7] Il secondo European Shakuhachi Summer School si tenne nel 2007 a Munster, in Francia; il terzo nel 2009 a Leiden, in Olanda; il quarto nel 2010 a Praga; l’ultimo, la scorsa estate, di nuovo presso la SOAS. Quest’anno, in concomitanza con il Kokusai Shakuhachi Ongakusai (“Festival internazionale di shakuhachi”) di Kyōto, il festival europeo non è stato organizzato, così come accadde nel 2008.

[8] In Italia, l’insegnamento dello shakuhachi è realizzato dal maestro Fiore De Mattia, che dal 2009 si dedica all’organizzazione di stage e lezioni private.

[9] Le informazioni seguenti derivano da comunicazioni personali tra l’autore e le persone menzionate.

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Roberto Sallustio Ha studiato Lingue e civiltà orientali presso la “Sapienza Università di Roma”, laureandosi nel dicembre 2010 con una tesi in Etnomusicologia dell’Asia intitolata “LO SHAKUHACHI TRA LOCALE E GLOBALE. Ideologie, pratiche e protagonisti in Giappone e in alcuni Paesi europei”. Ha iniziato a studiare shakuhachi due anni fa. Attualmente si dedica a ricerche riguardanti la presenza e la diffusione dello shakuhachi in Europa e Italia. Il suo sito internet è www.robertosallustio.jimdo.com

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Audio1

巣鶴 “Suzuru”

Fiore De Mattia[1]shakuhachi 1.8 ji-ari

registrazione: HellHouse Studio, Dalmine (BG), Italia, gennaio 2012

Conosciuto anche come 鶴の巣籠 “Tsuru no sugomori”, il brano interpretato da Fiore De Mattia è un koten honkyoku della tradizione della scuola di Yokoyama Katsuya. Esso descrive il ciclo di vita di una coppia di gru mediante l’impiego di particolari tecniche esecutive (tremolo, glissando, trillo, vibrato). Molto interessante è la presenza delle tecniche del trillo e del tremolo, utilizzate per descrivere il battito delle ali degli uccelli e il loro cinguettare. Questo brano esprime in pieno il valore della famiglia e l’affetto dei genitori verso i propri figli


[1] Ha studiato shakuhachi in Francia con Daniel Lifermann e Fukuda Teruhisa. E’ l’unico maestro che insegna shakuhachi in Italia.

Audio2

Songs from the Lake n° 2

Jim Franklin[1]shakuhachi 1.8 ji-ari e theremin

registrazione: Salla Terena del Lichtenstein Palace, HAMU di Praga, Repubblica ceca, agosto 2011, in occasione dell’European Shakuhachi Festival di Praga

Questo pezzo, composto da Jim Franklin, fa parte di una serie di brani intitolati “Songs from the lake”, in cui le sonorità dello shakuhachi si uniscono con varie forme musicali modulate elettronicamente da un unico esecutore. In questo brano, lo shakuhachi è suonato insieme al theremin, uno dei primi strumenti musicali elettronici. La sensibilità del flauto è modificata in modo tale da rispondere ai movimenti dell’intero corpo dell’esecutore, in una sorta di danza che il suonatore esegue attorno al theremin. Come risultato, i due apparentemente diversi mondi musicali – le sottili sfumature del timbro dello shakuhachi e la superficie deformata dei suoni elettronici – si incontrano e si fondono. Lo shakuhachi è presentato in una forma ‘pura’ – il suo suono è modificato solo con l’aggiunta di risonanze e, occasionalmente, con dilazioni di suono. Il segnale del theremin viene processato (ad esempio, con modulazioni di timbro, cambio di altezze e dilazioni) per creare uno sfondo musicale nel quale lo shakuhachi si incastra, come un lago disteso in una valle tra le montagne.


[1] Suonatore e compositore di origine australiana, vive in Germania dal2004. Ha studiato in Australia con Riley Lee e in Giappone con Furuya Teruo e Yokoyama Katsuya.