Di Ylenia Taddia

Tra ottobre 2008 e la fine del 2009 sono stata accolta dai dirigenti della comunità bengalese di Roma e sostenuta dai suoi membri nel progetto di ricerca che ho svolto per scrivere la mia tesi di laurea.

Partendo dall’idea che la musica è uno dei caratteri distintivi di un gruppo, sociale, etnico o religioso, nel mio lavoro sul campo ho intervistato musicisti e cantanti della comunità, partecipato ai principali eventi da essa organizzati, osservato e riportato alcune delle dinamiche interne alla stessa.

Una delle prime questioni con cui mi sono confrontata è l’impossibilità di sovrapporre la definizione di provenienza geografica dei suoi membri con la sua etichettatura culturale. La comunità è composta da induisti che vengono dal Bengala, regione del nord ovest dell’India e da musulmani provenienti dal Bangladesh, che, sebbene sia uno stato indipendente dal 1971, è stato per secoli parte dell’India, come East Bengal. Culturalmente, soprattutto in ambito musicale, la definizione “bengalese” calza a pennello, tenendo conto del sostrato comune delle due regioni, formatosi nella lunga storia che esse hanno vissuto come un’unica entità. Politicamente e religiosamente, invece, è più corretto parlare di “bengalesi” per coloro che vengono dall’India e di “bangladeshi” per gli immigrati dal Bangladesh. Avendo la mia ricerca uno scopo prettamente culturale, apolitico e areligioso, ho preferito riferirmi ai membri della comunità come “bengalesi.”

Componente basilare per lo svolgimento e la buona riuscita del lavoro è stata la costruzione di relazioni di rispetto e fiducia con i membri della comunità, a cui mi sono avvicinata solo dopo aver raccolto informazioni rispetto alla sua storia e alla sua vita nella città nella veste di organismo insieme “Altro” e integrato, autonomo nel badare a se stesso in tutti gli aspetti e permeabile alle influenze e leggi che vengono dall’esterno.

I primi arrivi di bengalesi a Roma sono stati registrati tra il 1982 e il 1983, ma è stato solo tra il 1989 e il 1990, in seguito alla promulgazione della Legge Martelli, che la comunità ha iniziato ad espandersi, passando dai 337 membri del 1987 ai 7578 del 1990.

La Stazione Termini era il punto d’arrivo principale per chi volesse vivere a Roma, e il quartiere che la circonda, l’Esquilino, è diventato il luogo eletto per le abitazioni dei membri della comunità e l’insediamento delle loro sedi di lavoro. Organizzandosi in cooperative e aprendo attività commerciali, i bengalesi di Roma hanno da subito trovato il modo di gestire autonomamente le loro risorse economiche, garantendosi l’identità socio-economica ben definita nel contesto cittadino che mantengono ancora oggi e contribuendo, assieme ad altre comunità straniere, a fare dell’Esquilino il polo “etnico” più sviluppato della città. Oggi, oltre che nel Municipio I, di cui il quartiere Esquilino fa parte, la più alta densità abitativa di membri della comunità è registrata nel Municipio VI. Degli oltre 11mila bengalesi a Roma censiti nel marzo 2008, mi è stato riferito dai dirigenti della comunità che solo un centinaio era di provenienza indiana.

Il panorama culturale in cui la comunità vive e si riunisce è stato delineato da una sola figura, l’Associazione del Bangladesh in Italia, dal 1989 al 2001. Da quell’anno, a Roma, sono attivi altri due organismi: l’associazione Dhuumcatu, che, come l’Associazione del Bangladesh in Italia, si occupa dell’accoglienza dei nuovi immigrati, del loro sostegno nelle pratiche burocratiche e della redazione di un quotidiano in lingua bangla, e il Bangladesh Cultural Institute of Italy. Esso si prefigge lo scopo di promulgare lo studio della lingua bangla e mantenere vive le radici culturali degli immigrati bengalesi, organizzando eventi e proponendosi come punto di riferimento per lo scambio e la condivisione tra i membri della comunità e con gli italiani.

In questo panorama variegato e complesso ho svolto le mie ricerche, che si sono basate sull’osservazione diretta, sulla registrazione di interviste e sulla somministrazione di un campione di 201 questionari ai membri della comunità. L’osservazione diretta della comunità è stato un lavoro lungo quanto il progetto di ricerca, ed ha interessato i più importanti eventi della comunità[1] quanto le piccole riunioni tra i suoi membri e alcuni scorci di quotidianità. Le interviste hanno visto come protagonisti alcuni dei cantanti e musicisti della comunità, professionisti e non. I questionari sono stati somministrati ad un campione il più ampio possibile: ho selezionato diversi luoghi occasioni in cui sottoporli, dagli eventi ufficiali ai posti di lavoro, differenti fasce d’età, condizioni sociali e integrazione nella comunità e nella città.

Il questionario era diviso in quattro parti: due dedicate alla partecipazione agli eventi musicali e alla fruizione della musica, e due più specificamente anagrafiche, contenenti dati riguardanti lo stile di vita e la migrazione.

La comunità si è rivelata molto partecipativa e interessata agli eventi organizzati dai suoi dirigenti. In particolare, chi partecipava maggiormente aveva un lavoro, aveva tra i 25 e i 40 anni d’età ed era tornato in Patria poche volte o mai dopo l’emigrazione. Studenti, disoccupati, bambini e immigrati da più di dieci anni erano risultati i meno affezionati agli eventi organizzati dalla loro comunità.

Rispetto all’importanza riconosciuta alla musica come ingrediente degli eventi musicali, i dati raccolti testimoniavano divergenze di opinione in base all’occupazione, alla provenienza e all’età. La fascia che più considerava importante la presenza della musica nelle occasioni formali era costituita da occupati tra i 24 e i 40 anni, principalmente di origine bangladeshi.

Rispetto ai gusti musicali, i membri inferiori ai 15 anni e quelli di età superiore ai 40 avevano accordato la loro preferenza al genere tradizionale[2], mentre le fasce intermedie avevano dichiarato di preferire la musica occidentale (i membri inferiori tra i 15 e i 25 anni), e il pop bengalese, (i bengalesi tra i 25 e i 40 anni).

Nessuno dei facenti parte al campione d’esame aveva dichiarato di voler sentir suonare musica occidentale agli eventi della comunità.

Una percentuale notevole del campione d’esame aveva dichiarato di saper suonare o cantare, soprattutto tra i bengalesi, per cultura ed educazione abituati a fare della musica una delle doti da coltivare fin da piccoli. Molti membri della comunità avevano riferito di esibirsi alle manifestazioni o di essere disposti a farlo: la partecipazione attiva agli eventi sembrava mettere d’accordo tutti i membri della comunità, senza particolari distinzioni.

La preferenza accordata alla musica italiana o bengalese, invece, trovava ragione in considerazione dei dati relativi all’occupazione e alla permanenza in Italia. Chi era occupato o si trovava in Italia da meno tempo ascoltava più musica bengalese di chi, non occupato o immigrato da più tempo, dichiarava di ascoltare musica italiana.

Alla fine del mio percorso di ricerca, ho dedotto che alla musica era riconosciuto un considerevole valore come aggregante nelle occasioni pubbliche, tanto dagli organizzatori, che ne selezionavano maggiormente i generi patriottico e classico, quanto dai membri della comunità, che in misura considerevole avrebbero preferito ascoltare musica pop bengalese. È possibile che la scelta degli organizzatori, pur se non allineata con le preferenze della maggior parte della comunità, fosse decretata tanto dalla necessità di caratterizzare storico-culturalmente il contesto degli eventi quanto dalla difficoltà di organizzare interventi con membri al di fuori della comunità, perlopiù preparata nei generi tradizionale e classico.

La musica era anche un innegabile strumento per dichiarare la propria appartenenza alla comunità, tanto sentito quanto più essa forniva lavoro e sostegno per il post immigrazione ai membri intervistati

La produzione di musica, tanto nel privato quanto agli eventi pubblici, era considerata fondamentale. Di essa non si considera importante la qualità tanto quanto la quantità: suonare e cantare sono parti integranti del quotidiano e degli eventi, e poco importa se della musica non si conoscono che i rudimenti e se la riuscita dell’esibizione non è ottimale.

Due sono state le questioni che mi hanno colpita maggiormente. La prima è l’evidenza che, nonostante la cultura indiana riconosca larga importanza

alle differenze di genere, l’aspetto della produzione e fruizione musicale non sembra esserne intaccato. La seconda riguarda le modalità della fruizione: la percentuale di coloro che avevano dichiarato di ascoltare musica da soli era schiacciante. Dopo un’iniziale sorpresa, ho realizzato che, in una cultura in cui la musica è storicamente determinante, culturalmente fondante e socialmente caratterizzante, “ascoltare” musica è un atto di rispetto e attenzione. La musica si ascolta da soli, per ricordare e accedere ad emozioni e riflessioni; in tutti gli altri casi la musica si sente e riconosce nel suo valore comunitario, politico e celebrativo.

Bibliografia:

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Goswami K., Bengali Music, in The new Grove Dictionary of Music and Musicians, vol. III: Baxter to Borosini, Stanley S. (ed.), London, Macmillan, 2001, pp. 254-259.

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Goswami K., Music, in Islam S. (ed.), History of Bangladesh, 1704-1971, vol. 2 Social and Cultural History, Dhaka, Asiatic Society of Bangladesh, 1977, pp. 431-463.

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Gubbini C., Il sociologo belga Ural Manço “Per i giovani stranieri, l’identità unica risorsa”, Il Manifesto, 20 settembre 2009.

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Popolazione straniera minorenne e maggiorenne iscritta in anagrafe al 31 dicembre 2007 per municipio sesso e cittadinanza, http://www.romastatistica.it/studieric%5CStraMun_MFT_Citt.pdf.

Sorce Keller M., Musica come rappresentazione e affermazione di identità, T. Magrini, Universi sonori, introduzione all’etnomusicologia, Torino, Einaudi, 2002, pp. 187-210.

Titon J.T., Scoprire e documentare un mondo di musica, J.T. Titon, I mondi della musica, le musiche del mondo, Bologna, Zanichelli, 2003, pp. 453-465.


[1] Gli eventi ufficiali organizzati dalla comunità nel periodo della mia ricerca sono stati quattro.

La Durgā pūjā, celebrazione in onore della dea Durgā, ha avuto luogo il 9 ottobre 2008.

Lo Śahid dibaś ha avuto luogo il 21 febbraio 2009, giornata della celebrazione della propria lingua madre, in ricordo del giorno in cui, nel 1952, il Bangladesh ha subito il martirio di studenti ed intellettuali ad opera dell’esercito pakistano.

La Giornata internazionale della donna, è stata celebrata con una festa tutta la femminile organizzata l’8 marzo 2009 dalle donne della comunità.

Il capodanno bengalese, l’evento più atteso da tutti i membri della comunità, è stato celebrato dal 23 al 30 maggio 2009.

[2] Nel variegato panorama musicale della regione in questione, non è semplice mantenere la canonica definizione dei generi. Quello tradizionale assumone una valenza particolare. Con “classica” mi riferisco alla musica classica indiana propriamente detta, che il Bangladesh ha prima condiviso con l’India di cui era parte e poi mutuato dalla stessa. La “musica folklorica” racchiude tutti i brani composti da poeti e cantori erranti, che inneggiano all’amore, alla natura e allo spirito, inteso come aspetto areligioso, sottile e magnifico che permea uomo e paesaggio. A questo genere appartengono, tra gli altri, i brani composti e cantati dai poeti Rabindranath Tagore, Nazrul Islam, da cui deriva il genere: Nazrul gīt (gīt è il termine bangla per “canzone,”) Lalon Fakir (da cui il genere: Lalon gīt), ma anche quelli tramandati da cantori come i Baul, menestrelli mistici che vivono dell’elemosina che ricavano cantando e suonando per le strade.

Tra i generi che alimentano il filone della “musica tradizionale,” riscuote particolare importanza quello patriottico, che inneggia alla bellezza e al valore del Bengala e del Bangladesh. Esso ha riscosso un grande successo nel periodo della dominazione inglese, per supportare la lotta per l’indipendenza, e continua ad essere ancora oggi uno dei generi protagonisti delle manifestazioni musicali e non. Il Bangladesh, essendo nato in seno a proteste politiche e impeti nazionalisti, ha fatto della musica patriottica una colonna portante, il suo personalissimo punto di partenza per una tradizione squisitamente bangladeshi. Per questo motivo, i cittadini bangladeshi con cui ho avuto contatti si riferivano a tale genere usando espressioni come: “la nostra musica,” o “la musica del Bangladesh.”