Di Stefano Contini

 

[...] Non era possibile invece che non loro, le razze orientali, fossero particolarmente lente, ma piuttosto – pensava Conway – fossero gli inglesi e gli americani a galoppare per il mondo in un continuo e assurdo stato febbrile?

 

Tratta dal breve romanzo di avventura di James Hilton, intitolato Orizzonte Perduto (1933), questa frase sintetizza ciò che è probabilmente il topos principale dell’opera: l’incontro tra due culture molto diverse. Il romanzo, collocabile all’interno del genere del “mondo perduto”, riesce a stuzzicare l’interesse di coloro che amano l’Asia e in particolar modo l’area del Tibet, richiamando le atmosfere che accompagnarono le grandi scoperte archeologiche avvenute verso la fine del XIX secolo.

 

Scenario storico

Il contesto nel quale Hilton scrisse “Orizzonte perduto” è quello del colonialismo inglese dei primi decenni del Novecento. A causa delle straordinarie somme di denaro stanziate per la Grande Guerra, le potenze imperiali europee non erano più in grado di mantenere il controllo sulle colonie (sfruttate anche per inviare ulteriori uomini al fronte).

Sin dagli anni ’20, gli inglesi allentarono i vincoli fra Londra e le proprie colonie e già nel 1926 i dominions bianchi (Sudafrica, Australia e Canada), già semi-indipendenti, divennero comunità autonome associate al Commonwealth. La colonia inglese più importante da un punto di vista sia strategico che economico era l’India, ove il movimento nazionalista otteneva sempre maggiori consensi e il movimento indipendentista di Gandhi portava a un’alternanza di concessioni e soppressioni da parte degli inglesi. Hilton scrisse Orizzonte Perduto nel 1933, quattro anni dopo il crollo di Wall Street, che, direttamente o indirettamente, aveva provocato una situazione di instabilità nei Paesi europei. La Gran Bretagna dovette fronteggiare la fine della convertibilità della sterlina, con una conseguente svalutazione della moneta inglese. Si trattò di un avvenimento fuori dall’ordinario, per uno Stato che fino ad allora era stato ritenuto uno dei più solidi dal punto di vista bancario. Il 1933 fu l’anno in cui l’economia europea mostrò i primi segni di una lenta ripresa e la Gran Bretagna decise di privilegiare gli scambi commerciali interni al Commonwealth. L’urbanizzazione degli anni ’30 portò con sé anche un mutamento nella sfera dei consumi (divenuti ormai di massa), a quel punto orientati verso il mercato dell’automobile, degli elettrodomestici, della radio (dunque dell’informazione). Il cinema iniziò a svolgere un ruolo sempre più importante nella vita dei cittadini americani ed europei. Tralasceremo qui il discorso sugli sviluppi scientifico-militari che condussero poi alla seconda guerra mondiale. Nell’ambito della letteratura, grandi autori come Kafka, Proust e Mann, nel periodo a cavallo tra le due guerre mondiali, produssero opere spesso incentrate sui contrasti interiori dell’uomo del XX secolo, destinato a vivere le contraddizioni del mondo borghese.

 

La narrazione

Il protagonista del romanzo, Conway, non è nuovo a certe avventure in Oriente, da lui molto apprezzate, supportato da un’apertura mentale adatta ad affrontare situazioni e ambienti differenti da quelli a cui è normalmente abituato. Conway e i suoi compagni di viaggio giungono presso un monastero, chiamato ShangriLa, situato in un luogo quasi incantato, nel quale la luce argentea della luna illumina le valli e vicino al quale spicca un monte dall’apparenza irreale, semplicemente gigantesco. È questa una visione straordinaria per Conway, l’occidentale che era rimasto deluso dall’aspetto del monte Everest. Il monastero, fondato da un missionario belga chiamato Perrault, organizzato in maniera perfetta e dotato delle più avanzate tecnologie occidentali di riscaldamento e servizi, concilia questa sua inaspettata modernità con un arredamento tipicamente orientale.

I saggi del monastero adottano comportamenti sempre moderati, non diretti al raggiungimento della felicità, preferendo ad essa la saggezza, l’esercizio della memoria e soprattutto l’utilizzo migliore del dono del tempo. Vengono evitati “gli eccessi di qualsiasi genere, inclusi quelli della troppa rettitudine”. I saggi del monastero governano sugli abitanti della vallata: amministrano la zona “con moderata fermezza in cambio di una moderata obbedienza”. Allo stesso modo, grazie a una comprovata e straordinaria longevità, i saggi non hanno denaro, poiché il futuro per loro non presenta incertezze: ShangriLa costituisce tutto ciò di cui essi hanno necessità.

In un simile ambiente, qualunque occidentale si troverebbe piuttosto confuso. Questo luogo fantastico fornisce ai propri ospiti tutto ciò di cui essi possono aver ragionevolmente bisogno, sempre nel segno della moderazione. Qui i saggi non si occupano di religione, né si trovano fondamenti di leggi o forze di polizia.

Il gruppo di ospiti, Conway compreso, si trova a confrontarsi con lama di ogni nazionalità, nel segno di una filosofia di vita che, forse, è adatta a qualunque uomo, di qualsiasi etnia o credo religioso: quella della moderazione. A ShangriLa, i lama si dedicano alla contemplazione e alla saggezza, apprezzando comunque le opere letterarie e musicali provenienti da ogni parte del pianeta. Il Karakal, l’immensa montagna di cui si è accennato, trionfa sulle valli circostanti, immerse in un’atmosfera di pace di cui il Tibet è da sempre paradigma.

Nel gruppo di Conway non manca, comunque, chi se ne vorrebbe andare non appena possibile dal monastero: Mallinson dà proprio l’idea di rappresentare, nella penna dello scrittore, un giovane impaziente e poco propenso all’apertura verso la comprensione di culture diverse.

L’omonimo film di Frank Capra, tratto dal romanzo, ne riporta in modo piuttosto fedele la narrazione. Il monastero di ShangriLa viene rappresentato in una zona montuosa, perfettamente protetto da altissimi rilievi, i quali compromettono tuttavia un collegamento radio con l’esterno. Il luogo è misterioso, forse troppo, e i protagonisti del film tornano più volte a parlare dell’amata Londra, desiderata ma lontana.

Con il proseguire dell’intreccio, il romanzo diventa, così come il film, una fonte di riflessione sul tema dell’interculturalità: il proposito dei lama di conservare i valori universali dell’umanità, in un lasso di tempo che essi possono gestire a proprio piacimento, si scontra con la frenetica cultura occidentale del “tutto e subito”. Lo stile di vita della gente di ShangriLa, improntato sulla pace e la tranquillità, sembra essere inconciliabile con quello di molti dei personaggi del romanzo. Solo Conway dichiara apertamente di trovarsi bene e di voler trascorrere il proprio futuro a ShangriLa.

L’autocrazia autonoma che regna nel monastero si scontra con l’apparato burocratico, politico e sociale tipico degli Stati nazionali europei e lo stereotipo della religione orientale, applicata a uno stile di vita ridotto all’essenziale, viene smentito dai fatti. Il monastero, da sempre visto come luogo sacro e quasi inviolabile, diventa, infatti, dimora di lusso per sconosciuti ospiti stranieri.

Più che un luogo geografico, il Tibet diviene, nel romanzo, un luogo mentale, lontano sia dai grandi centri abitati e i loro ritmi, che dalla fatica del lavoro contadino.

Nel delineare l’immagine di ShangriLa, Hilton trae ispirazione da un’antica leggenda presente nella tradizione del buddhismo tantrico tibetano, dove si narra del mitico regno di Shambala.

Secondo diverse correnti esoteriche (e in particolare per i seguaci della cosiddetta “Tradizione Perenne”, secondo cui ogni tradizione del mondo apparterrebbe a una tradizione preesistente e universalmente valida, la cui verità è riservata a un gruppo di “Iniziati”), il regno di Shambala sarebbe situato in Asia Centrale, restando tuttavia celato da una coltre di nebbia. Nei testi tradizionali si narra di una futura irruzione degli abitanti del regno di Shambala nel mondo esterno per liberare l’umanità dal giogo del materialismo.

Hilton descrive ShangriLa come un luogo in cui la realtà si manifesta sempre di più a coloro che la vogliono comprendere; allo stesso modo, Shambala non rappresenta un luogo nel quale rifugiarsi dalla realtà esterna, ma un mezzo per capirla sempre più a fondo.

ShangriLa è un posto speciale, per tutto ciò che rappresenta; la sua perfetta combinazione con la natura, l’ascolto della musica dei migliori compositori e la lettura delle opere più famose al mondo rendono il monastero un luogo multiculturale, ma allo stesso tempo anche estremamente diverso dalle moderne città occidentali.

Le rappresentazioni dell’Oriente dell’epoca risentivano dell’etnocentrismo di cui erano imbevuti tutti gli ambiti del pensiero occidentale, dagli studi accademici, all’arte, fino alla politica. Questa modalità “unilaterale” con cui il mondo occidentale si rappresentava l’Oriente e vi si accostava, fu posto sotto una luce critica dal saggio di Edward W. Said, intitolato “Orientalismo”,  pubblicato nel 1978.

Hilton ha creato un mito. Un mito che prende le distanze dalla presunta superiorità dell’Occidente, in cui l’Asia è vista come un’area arretrata dal punto di vista sia economico che culturale.

Nel monastero di ShangriLa non c’è spazio per tale visione etnocentrica: i valori non appartengono solo ad alcune culture ma vanno ricercati in tutte le tradizioni del mondo. L’ossessione occidentale del voler imporre le proprie idee e la propria concezione della realtà è espressione di un “occidentalismo” che, al contrario, non esiste.

È necessario interiorizzare il messaggio che il romanzo di Hilton, attraverso l’immagine del monastero di ShangriLa, intende trasmettere. Gli stereotipi e i pregiudizi devono essere abbandonati a favore di un’apertura totale della persona verso ciò che è “altro” da sé.

L’Oriente può passare così da luogo geografico e geopolitico a luogo reale, non solo da studiare sui testi occidentali, ma da vivere e comprendere direttamente in prima persona.

 

 

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Stefano Contini ha conseguito la laurea triennale in Scienze Linguistiche (curriculum Esperto linguistico per le Relazioni Internazionali) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) con una tesi dal titolo 23 agosto 1939: risvolti geopolitici del Patto russo-tedesco. Nel 2013 consegue il Master in Security Studies presso l’Institute for Global Studies di Roma con un paper conclusivo intitolato Xi Jinping, i primi mesi al potere tra realtà e aspettative. Traduce articoli per le riviste online Geopolitica e Eurasia e per l’editoriale in forma cartacea Quaderni di geopolitica; pubblica inoltre articoli riguardanti argomenti storici sul sito instoria.it.