Di Georges Goormaghtigh

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione e traduzione dal Cinese di Georges Goormaghtigh

Versione italiana di Augusto Debove

 

Testamento estetico di un maestro cinese, queste meditazioni s’iscrivono in una lunga tradizione di riflessione sulla natura della musica. Esse sono tratte dai “Ventiquattro sapori del qin”, un trattato composto da Xu Shangying intorno al 1641. Quest’opera fondamentale, continuamente ripubblicata dopo la sua prima comparsa, è gremita di sottili osservazioni e di riflessioni poetiche che hanno ispirato generazioni di musicisti. Se da una parte questi testi servono come punti di riferimento e come rivelatori del percorso interiore di chi coltiva il qin, dall’altra essi permettono a chi ascolta di affinare la sua percezione di un’arte che può riuscire, sulle prime, difficile.

 

 

1.

L’ARMONIA

In spirito i saggi perfetti dell’Antichità penetrarono gli arcani della creazione. Attraverso la loro virtù unirono il divino all’umano. Messo ordine nella loro propria natura, ordinarono quella di tutti gli altri uomini. Fu così che costruirono il qin, e la cosa preminente ai loro occhi era l’armonia.

Ora, l’armonia nasce dall’accordatura dello strumento nel modo fondamentale attraverso l’aggiustamento dei suoni grazie ai punti di riferimento delle armoniche segnati sullo strumento. Per far questo, l’esattezza del tocco deve corrispondere al discernimento dell’udito. È ciò che si chiama “suscitare l’armonia attraverso l’armonia”. Giacché non è forse l’armonia la fine di tutti i suoni e l’origine di ogni serenità?

L’accordatura più nobile si effettua con l’ausilio delle sole corde a vuoto; poi viene quella che ricorre alle note appoggiate. Nel primo metodo, la mano sinistra non interviene a premere le corde. Le dita della mano destra attaccano a turno le corde principali, poi le secondarie. Quando forza e dolcezza sono ben ripartite e ogni ineguaglianza è scomparsa, sopraggiunge ciò che si chiama l’armonia perfetta.

L’accordatura che ricorre alle note appoggiate si effettua combinando i movimenti della mano sinistra e della mano destra. Le note devono essere giuste quando si appoggia al livello preciso del nono punto d’armonica per le note maschili e a quello del decimo per le note femminili. Se non si appoggia nel posto giusto o se il punto d’armonica non è collocato con precisione, l’armonia è solo apparente e non vera. Bisogna dunque determinare queste posizioni con l’ausilio dei suoni armonici stessi. Se essi ancora non sono in armonia con il resto, bisogna riprendere l’accordatura con l’ausilio dei suoni appoggiati. Combinando così i due metodi, si finisce con l’arrivare alla vera armonia.

L’armonia dipende, a me sembra, da tre cose: l’unione delle corde e delle dita del musicista, l’unione delle sue dita con le note e l’unione delle note con la sua intenzione. Allora l’armonia è perfetta.

Le corde hanno una natura loro propria che bisogna rispettare piuttosto che contrastare, utilizzare piuttosto che ignorare. Se si inverte il senso di un glissando e si scende dove bisogna salire, non ci si conforma alla loro natura. Se non si mette il peso necessario appoggiando sulle corde e i movimenti sono privi di vigore, non se ne può trarre alcun profitto. Così le dita, scorrendo da una corda all’altra, devono evitare ogni rilassamento e non lasciare traccia del loro passaggio. Quando,in tutti questi movimenti, le dita e le corde sono così intimamente unite come la colla e la lacca, allora sono in armonia.

Le note della gamma si ottengono sia sui punti delle armoniche, sia altrove; e in questo caso la collocazione precisa è determinata dalle suddivisioni. Senza precisione, da dove verrebbe l’armonia? Ogni passaggio ha il suo andamento proprio, ogni frase il suo movimento, ogni nota il suo valore. La tessitura musicale è molto sottile; se uno ci arrivasse senza ordine, da dove nascerebbe l’armonia?

Chi è attento a tutto questo distingue meticolosamente tra vibrato stretto e vibrato largo per creare l’omogeneità, tra glissando ascendente e glissando discendente per modellare il fraseggio. Sa dosare leggerezza e peso, lentezza e rapidità per infondere un ritmo con agilità ed eleganza, affinché la melodia trovi il suo carattere proprio; dita e note sono allora in armonia.

Le note sono determinate dall’intenzione del musicista. L’intenzione deve precedere le note e le note seguire l’intenzione. È in questo che si compendiano tutti i misteri della musica. Pertanto, chi vuole esprimere la sua intenzione deve innanzitutto migliorare la tecnica per rendere le note conformi a questa intenzione.

Gli attacchi della mano destra devono essere potenti senza essere brutali, leggeri senza essere superficiali; pronti ma senza fretta, rilassati ma senza mollezza. I vibrati della mano sinistra devono essere rotondi, senza intralci, i glissando fermi e agili. Anche se la melodia sembra tenue, essa rimane densa; anche se sembra discontinua, il suo filo non si rompe mai.

Ecco a cosa ci si esercita per trovare nella quintessenza dei suoni un’eco alla profondità dell’intenzione. Giacché quest’ultima trova il suo nutrimento al di fuori delle corde: ammira la montagna, il suo profilo sublime si rivela, contempla l’acqua, la sua immensa corrente fluisce. All’interno di se stessi si può trasformare il calore dell’estate in un padiglione innevato, il freddo dell’inverno in un ritorno di primavera. Questo tesoro interiore è d’una ricchezza inesauribile. Così, senza che uno sappia come, le note e l’intenzione s’incontrano.

Per questo, lo spirito deve essere aperto, l’energia in riposo. L’essere tutto intero, ebbro e rapito, deve lasciarsi invadere dalla Grande Armonia, della quale il cuore e le mani hanno conoscenza spontanea… Queste cose non si possono esprimere interamente con parole. La Grande Musica sta nei suoni tenui. La Via degli Antichi è difficile da ritrovare. Se non si affronta la pratica del qin con un impegno costante d’equilibrio e d’armonia e s’immagina che sia soltanto una questione di tecnica, più si andrà avanti, più la tradizione si perderà.

2.

IL SILENZIO

Che difficoltà c’è a scegliere un luogo silenzioso in cui suonare il qin? Ciò che è difficile è di trovare il silenzio nel proprio modo di suonare. Ma come trovare il silenzio nel proprio modo di suonare mentre le dita si muovono per produrre dei suoni? Direi che è appunto nei suoni che bisogna cercare il silenzio. Dei suoni bruschi tradiscono una digitazione impaziente, dei suoni grezzi una digitazione impura; solo il suono tenue rivela una digitazione silenziosa. È così che si giudica la musica.

Il silenzio viene dal fondo dell’essere e i suoni nascono dal cuore. Se il cuore è turbato, se le mani sono agitate, come ottenere il silenzio? Solamente coloro che sono padroni di se stessi, distaccati e sereni, hanno il cuore puro e le dita pronte. Comprendono da soli che cos’è un suono tenue.

La tenuità è il silenzio perfetto che permette di penetrare il regno del mistero, di abbandonare il mondo sensibile per entrare nell’Invisibile e congiungersi in spirito al divino Imperatore Fuxi. La pratica del qin si riassume così: regolarizzare il respiro, esercitare la digitazione. Si regolarizzi il respiro, e lo spirito, spontaneamente, diventerà silenzioso. Si eserciti la digitazione, e i suoni, spontaneamente, ritorneranno al silenzio. Chi brucia l’incenso ne rallenta la combustione per farne sprigionare solo un effluvio, chi fa un’infusione di tè lo decanta per versare nient’altro che la bevanda pura. Allo stesso modo, chi ricerca il silenzio nei suoni controlla il respiro e dissolve le brame del cuore, al fine di eliminare ogni agitazione sotto le sue dita e mantenere sulle corde nient’altro che la purezza. Allora, il ritmo più rapido è senza disordine, la melodia più complessa è senza confusione. L’interiore è profondo e l’esteriore risplende. Coloro che sono sulla Via, lo capiscono da soli.

3.

LA LIMPIDEZZA

Dice l’adagio: «Piuttosto che suonare il qin senza limpidezza, tanto vale suonare lo zheng, la cetra a cavalletti mobili», denunciando così un modo di suonare privo di eleganza. Giacché la limpidezza è all’origine della grande eleganza e mette in ordine i suoni.

Se il luogo in cui si suona non è appartato, non c’è limpidezza; se lo strumento manca di pienezza, non c’è limpidezza; se le corde non sono immacolate, non c’è limpidezza; se il cuore non è silenzioso, non c’è limpidezza; se il respiro non è calmo non c’è limpidezza. Tutto ciò è di estrema importanza per trovare la limpidezza, ma più cruciale ancora è la limpidezza della digitazione.

Coltivando una digitazione vigorosa, ricercando la pienezza dei suoni appoggiati, si comincerà a sentire delle note limpide. Se la mano sinistra è priva di imprecisione e la destra priva di debolezza, queste note limpide prenderanno il volo. Se, inoltre, ogni attacco è eseguito con la punta dell’unghia e sempre verticalmente rispetto alle corde, le note saranno ancor più meravigliosamente limpide. Come la fenice maschio e la sua compagna nel loro canto, così le due mani rispondono l’una all’altra senza la minima impurità. Le dita attaccano le corde come se percotessero il metallo o la pietra dei carillon e dei litofoni, senza interferenza sonora delle corde vicine. È così che, esercitandosi alla limpidezza, si va al di là di tutti i suoni.

Quando si ricerca la limpidezza della melodia, ciò che bisogna ad ogni costo evitare è di suonare con indifferenza, quasi si avesse fretta di finire; o anche di voler soltanto appagare l’orecchio con suoni gradevoli senza domandarsi qual è il senso della melodia: perché allora si cade nel torbido.

Ecco perché, se vogliamo che la melodia sia limpida, bisogna prendere come metro la tranquillità e la distanza, trovare la cadenza giusta, badare a che l’andatura resti sciolta e rilassata, introdurre delle lievi pause quando il fraseggio richiede una certa calma o affrettare il passo quando esige celerità. Così i ritmi lenti si differenziano da quelli rapidi, i vibrati larghi dai vibrati stretti. Le sezioni e le frasi devono essere chiaramente percepibili e la melodia deve restare libera, in modo da far risaltare completamente l’eleganza del brano.

Ascolta, il suono è puro come lo stagno d’autunno, splendente come la luna d’inverno, fragoroso come il torrente di montagna, profondo come l’eco delle vallate. Allora tu avrai la consapevolezza d’aver raggiunto lo stato di limpidezza e ti sentirai rabbrividire come se tutto il tuo essere fosse sul punto di attingere all’immortalità.